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Antonella Grippo

10 Marzo Mar 2018 10 marzo 2018

La leadership (inibita) di Matteo Salvini

  Il 4 di Marzo ha guadagnato superficie un fragoroso protagonismo di massa, in fluido esodo da steccati e da etichette di bandiere. Questa diffusa soggettività popolare, sottratta al giogo delle appartenenze primigenie, rende particolarmente impervia l'architettura di governo. Del resto, non è un caso che, stanti le aberrazioni del sistema elettorale, si vada precisando l'ineludibilità di alleanze, che gli attori in campo sanno bene non potersi generare per partogenesi. Per riproduzione verginale. Ma, bensì, per contaminazione diretta. In realtà, il Palazzo evidenzia una sorta di specularità rispetto al Paese. Specularità della quale non è difficile rinvenire i prodromi. Ad esempio, l'elettorato del M5S, aveva  già scelto, in tempi molto sospetti, di radunarsi sotto l'egida sincretica di Grillo, in grado di catalizzare sensibilità di opposto tenore, provenienti da multiformi perimetri di militanza. Insomma, non s'intravede soluzione alcuna, se non dentro la  camicia di forza degli  "amplessi" politici spuri. Tanto è vero che Di Maio ha, di colpo, interrotto la consuetudine simbolica dell'Illibatezza Stellata, per predisporsi alla ragionevolezza negoziata di accordi ad ampio spettro. Assai diverso, invece, è apparso l'orientameno di Matteo Salvini, sin nell'immediatezza del verdetto delle urne. Quest'ultimo, infatti, pur avendo meritato la golden share del centrodestra, grazie ad un vertiginoso rialzo dei "titoli" della Lega,  che si attesta su percentuali elettorali di straordinario rilievo, non mostra alcuna fretta di voler passare all'incasso. In nome di un attendismo che sollecita un'attenzione analitica supplementare. D'altra parte, ancorché vincitore indiscusso della partita interna, Salvini continua a rivendicare la disciplina di coalizione, quale supremo valore. Berlusconi, dal suo canto, non sembra disposto a voler cedere quote di sovranità, nonostante il responso popolare abbia rovesciato l'egemonìa forzista, a tutto vantaggio della nouvelle vague del Carroccio. Il Cavaliere, inoltre, da abile sparigliatore, immagina  probabilmente di poter scongelare i dinieghi dei Dem, offrendo loro la suadente prospettiva che si assottigli l'ipoteca di Matteo sulla postazione di comando a Palazzo Chigi. La verità è che in molti non  perdonano,  al nerboruto  lombardo,  il fatto che sia riuscito a dilatare, in ragguardevole misura, il bacino di spettanza della Lega, dopo aver dismesso, da leader, i fremiti secessionistici, il Valbrembanismo, la mistica delle ampolle, le liturgie celtiche del celodurismo bossiano.  Parimenti,  una sorta di  sindrome da pudicizia della vittoria  si acquatta lungo gli interstizi delle dichiarazioni pubbliche di Salvini. Ne è riprova il fatto che egli si muova con sospetta prudenza. La premiership, rivendicata più volte nel corso della campagna elettorale in nome del famigerato " voto in più", ora si configura come un'emaciata eventualità. Va facendosi strada, al contrario, l'dea di un più generico "Noi ci siamo", da intendersi come ulteriore suggello di un patto tra alleati, che non pare poter essere contraddetto neanche dalla condizione che ne statuì la sigla, e cioè : la guida del governo al partito della coalizione con maggior numero di consensi. Ora, è pur vero che un fuga solitaria in avanti di Matteo, nella- seppur vaga- possibilità di una corresponsione di amorosi sensi con il M5S, lo esporrebbe al rischio di giocare di rimessa, con un ruolo non centralissimo dentro un ipotetico esecutivo a trazione pentastellata. Così come, non è da sottovalutare la tesi di una contesa obbligata tra Salvini e Di Maio, stante la sovrapponibilità della loro utenza elettorale. Non va omesso, inoltre, il dato che, per il capo della Lega, aver guadagnato il rango di maggior azionista del centrodestra rappresenterebbe la riscossa per antonomasia. Cionondimeno, sopravvive più di una perplessità circa la versione  postelettorale del "salvinismo". Anche se  v'è da dire che, nelle ultime ore, il vitalissimo lombardo si è portato avanti, sfidando la Ue al grido di battaglia "abbasseremo le tasse" e con la relativizzazione di ogni teologia sulla moneta unica. Della serie : "di  irreversibile c'è solo la morte". Ad ogni buon conto, l'invito (tattico) al segmento postrenziano del Pd, per la ricerca comune di "una  via d'uscita",  non ha evidenziato soverchia originalità, in quanto già edita. Nel frattempo, giova ricordare che l'uomo ha sempre subìto l'ostracismo degli svenevoli chierici del "politically correct", delle scamorzelle languide  della Suprema Virtù Progressista. Salvini era ed è inviso alle mammolette del Pensiero Sedante. Agli zeloti del Bene Assoluto. Ai cultori dell'Indignatio Praecox, quelli, per intenderci, perennemente allarmati per i "riediti fascismi e  razzismi". Agli Intellet-toilettes, il cui culo ha una faccia inutilmente pensosa. Per lui non stravedono Marchionne e Confindustria. I salottini buoni ne avversano la ruvida antropologia. I dioscuri di stanza a  Strasburgo, poi, non ne parliamo.  Trattasi di veti, ipoteche, pregiudizi che non vorremmo il giovane leader lombardo avesse, paradossalmente, interiorizzato. Sì, insomma, come se al match point ti venisse  fuori, inspiegabilmente, il braccino. Siamo all'autofustigazione? Lo escludiamo. Con qualche timida riserva. Chi scrive non ha mai nutrito simpatie leghiste. Tutt'altro.  E, malgrado ciò, ritiene che, a beneficio dei destini prossimi di Matteo, sarebbe meglio non considerare del tutto tumulato il fiero, indomito, assertivo "Ce l'ho duro". In questa fase, potrebbe tornare utile.