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Barbara Di

3 Marzo Mar 2017 03 marzo 2017

Condannata a morte da Facebook

Sono stata condannata alla morte sociale da Facebook. Così, da un momento all’altro, senza preavviso né contraddittorio, diritto di difesa o appello. In un attimo il mio profilo è stato disabilitato, mi sono stati cancellati 9 anni di storia, migliaia di ricordi, foto, commenti, discussioni, condivisioni, mi piace. Tutto sparito, inaccessibile. Ho perso i contatti con oltre 3.500 amici e conoscenti per i quali non esisto più, non vedono più nulla di me, non sanno cosa sia successo, possono persino pensare che io li abbia bloccati. È una sensazione stranissima che mi ha fatto riflettere molto sulla nuova epoca della socialità e sui rischi che corriamo a mettere in mano le nostre vite e relazioni sociali a una macchina che da un minuto all’altro può ucciderti senza possibilità di difenderti. La vicenda, poi, ha un che di surreale e di tragicomico. Non sono stata censurata per le mie idee, come molti hanno pensato visto quanto sono politicamente scorretta, o quanto meno non è questa la motivazione ufficiale e voglio crederci. Più banalmente, ho fatto tre brevi video in diretta fuori dal Circo Massimo durante il concerto di David Gilmour. Non si vedeva il palco, ma si sentivano solo stralci di canzoni mentre inquadravo il Palatino. Niente di artistico, molto amatoriali, ma suggestivi. Insomma, ciò che fanno centinaia di migliaia di persone durante tutti i concerti. A quanto pare il buon vecchio David non aveva niente di meglio da fare che stalkerare il mio profilo e, a differenza della maggior parte degli artisti, non ha capito che è tutta pubblicità gratuita. Da buon sinistroide blatera contro Trump, ma bada alla vil pecunia. E così questi banali video sono stati segnalati a FB come violazione del copyright. Là per là mi ha fatto ridere, ma sono sempre stata favorevole alla tutela della proprietà intellettuale, tant’è che sono rimasta una delle poche al mondo a non aver mai scaricato una canzone da internet e a comprarmi sempre i dischi originali. Ho tutti i CD dei Pink Floyd e pure qualche vinile, quindi figuriamoci quanto possa difendere la pirateria. Sono dell’idea che gli artisti meritino di essere pagati così per il loro lavoro, altrimenti finiscono per fare i panettieri e ci rimettiamo tutti. Certo i miei video non avrebbero fatto vendere un disco in meno, ma semmai indotto qualcuno a comprarne uno in più, ma tant’è. Ho preso atto della scarsa lungimiranza di Gilmour e ho tolto dalla circolazione su FB quei video. Peccato, però, che ho ragionato da avvocato e non ho pensato di aver di fronte una macchina priva di intelligenza, neppure artificiale. Anziché eliminarli del tutto, visto che i video in diretta non si possono scaricare e li volevo conservare solo per me, ho modificato le impostazioni della privacy da “pubblica” a “solo io”. Erano visibili solo a me, non più pubblici, mero uso personale, tanto meno potevano essere considerati un uso commerciale, per cui non violavano in nessun modo il copyright. Né più né meno che video e musica caricati sul proprio cloud, come quelli che ognuno di noi conserva per riascoltarli quando gli va. Per chi non li conoscesse sono archivi di propri dati personali, non conservati sul proprio pc, ma su server posti chissà dove, accessibili solo al titolare dello spazio. Ecco, ora immaginate che improvvisamene un giorno, il gestore del vostro cloud si accorga che avete caricato tre video con della musica di sottofondo e, dato che secondo la macchina violano il copyright, vi cancelli tutto, ma proprio tutto quello che avete sul cloud. Per 3 video, perdete dati, foto, memoria, rubrica, ricordi, tutto. Pouf, come svanisce una nuvola spazzata dal vento. Ecco, quel che mi è successo. La macchina deve aver accertato in automatico dopo 6 mesi che i video non erano stati eliminati, ma non ha verificato che non fossero più pubblici, si è limitata a notarne la permanenza, perché il programmatore a quanto pare ne capisce quanto una capra di copyright e non ha inserito nel sistema la distinzione tra post privati e pubblici. Una macchina ha quindi deciso che ero una pericolosa criminale che, malgrado la richiesta, non avesse eseguito i suoi ordini e ha deciso di condannarmi a morte con un click. Ci deve essere un rimedio, pensate voi, ingenui. Apparentemente sì. Vi dicono di scrivere un appello, lo fate, spiegate le vostre ragioni, chiarite quel che è successo, spiegate la distinzione personale/pubblico, ma vi aspettate di avere di fronte qualcuno che ragioni e conosca davvero le leggi. Illusi. Vi arriva dopo un paio di giorni un’asettica mail di tale Sasha, senza cognome e senza storia, che vi rifila la frase standard “In qualità di utente di Facebook, ha accettato le nostre Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità (sic!)...Se la situazione lo richiede, procediamo inoltre alla chiusura degli account dei trasgressori recidivi... Di conseguenza, il suo account è stato disattivato e non potrà più usare Facebook.” Non è possibile, vi dite, non ha capito nulla. Illusi ancora di aver a che fare con una persona in carne ed ossa, le rispondete, le spiegate che non siete affatto recidivi, che sono sempre gli stessi video, che anche ammesso, per farli contenti, di aver fatto una leggerezza una volta, poi avete rimediato subito, che non si tratta di una nuova violazione ripetuta, ma sempre la stessa, che non potete essere quindi puniti perché il vostro comportamento non contrasta neppure con la famigerata Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità e non merita pertanto tanta severità. Che poi, diciamoci la verità, su un miliardo di utenti l’avranno letta in cinque quella Dichiarazione e, come me, solo dopo essere stati bloccati. E quando la leggi ti inquieta, quando la usano contro di te è lì che capisci di aver a che fare con un potere totalitario e dispotico che ti può condannare alla morte sociale senza contraddittorio e senza appello. Quando leggi “disabiliteremo il suo account nei casi in cui lo riterremo opportuno”, capisci che millenni di diritto di difesa su internet non valgono nulla. Perché scopri di aver a che fare con Hal 9000 che può decidere della tua vita sociale senza contraddittorio. Perché provi a insistere, riscrivi altri appelli, rispondi alla mail e quando Sasha ti riscrive la stessa identica mail ciclostilata, che non prende neppure in considerazione le tue motivazioni, non ribatte, non replica alle tue ragioni, capisci che il tuo appello lo sta leggendo un asettico computer, che Sasha non è altro che un programma che finge di essere una persona e ti dà una risposta automatica. E allora ho riflettuto su quel che è diventata la socialità nell’era di FB. Mi sono ricordata di quando avevo visto The net - intrappolata nella rete, tanti anni fa e avevo deciso che non avrei mai usato internet proprio per questo motivo. Poi ho capito che non ne potevo fare a meno, ho iniziato ad usarlo, ad amarlo, mi ci sono divertita, ho fatto migliaia di conoscenze interessanti, ho dato sfogo alla mia fantasia, ho riso, mi sono emozionata, arrabbiata, indignata, divertita. Ho fatto insomma quel che fanno tutti i giorni un miliardo di utenti, ho creato una rete sociale di legami che non considero solo virtuali. Io, per fortuna, ho una vita fuori dal web, tanti di quegli amici lo sono anche nella realtà, esco, li frequento, ma tanti amici sono lontani, è impossibile mantenere tutti i contatti, FB me li faceva sentire vicini, partecipavo alle loro vite e loro alla mia. Ma ho scoperto sulla mia pelle che tutta questa fondamentale rete sociale che ci costruiamo, magari in tanti anni, può essere spazzata via in un attimo per l’enorme potere che abbiamo affidato a Zuckerberg. Curioso che il Roscio proprio in quei giorni sia uscito con il suo manifesto politico, con cui si candida alle prossime presidenziali USA, se non al governo del mondo. Leggendolo dopo quel che mi è successo l’ho trovato di un inquietante incredibile. Leggi un progetto di interconnessione che vada oltre il virtuale, di comunità che socializzano, collaborano, lavorano, interagiscono in modo sempre più reale. E ti sembra tutto bello, tutto facile, a portata di mano. Internet e soprattutto FB sono diventati la massima estensione della sfera sociale, senza limiti geografici, di nazionalità, di cultura, un modo per gli individui che ne fanno parte di appagare l’egoismo sociale, i propri bisogni di socialità, di collaborare, di scambiarsi informazioni. È il luogo principale dove possiamo dare libero sfogo all’egoismo esteriore psicologico, diffondere i nostri memi, far conoscere le nostre idee, scambiarci informazioni senza essere imbrigliati dai media comuni. Ci ha fatto credere di poter diventare creatori di informazione, non solo recettori. Ci ha fatto illudere di avere così un pizzico di potere perché da che mondo è mondo chi ha il controllo dell’informazione ha in mano il potere. Tutto molto affascinante, tutto facile, finché non ti rendi conto che esiste il lato oscuro della forza che FB ha assunto, che gli abbiamo fatto assumere. Finché non capisci che con la stessa facilità di accesso puoi essere condannata a morte ed esclusa per sempre da quella sfera, senza neppure poterti difendere. Perché in fondo è solo una società privata, come un club da cui ti possono sbattere fuori se non aggradi più al proprietario. Tanto quanto un blog di Grillo qualsiasi. E allora ripensi ai tanti bei discorsi sulla democrazia diretta, sul potere della rete di cambiare la politica, sulla forza delle idee diffuse online, sulla viralità dei memi di emeriti sconosciuti che possono cambiare il corso degli eventi, e ti rendi conto che tutto questo è comandabile da un solo uomo, da una macchina, da un algoritmo che può impedirti ogni accesso alla vita sociale che ti eri costruito in tanti anni. E sopratutto ripensi alla nuova crociata contro il politicamente scorretto o le fake news, la famigerata post-verità, e comprendi che un sistema di censura progettato dagli uomini di Soros può decidere in un attimo che quella notizia che hai condiviso fosse una bufala, perché scomoda o non rispettosa del genere o dell'immigrato di turno. Può decidere a suo insindacabile giudizio di inserire la violazione nella famigerata Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità e da un momento all’altro scriverti “il suo account è stato disattivato e non potrà più usare Facebook”. Click.