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Barbara Di

18 Aprile Apr 2017 6 giorni fa

I turchi all’estero divisi tra nazionalismo e patriottismo

Osservavo i dati del voto dei turchi residenti all’estero per il referendum costituzionale, che sancisce la dittatura islamista di Erdogan, e mi è apparso numericamente davanti il fallimento del nazionalismo camuffato sotto le mentite spoglie del buonismo. Basta osservare la Francia e la Germania, per non parlare di Belgio e Olanda, con percentuali di Sì che vanno dal 63% a quasi il 75% per comprendere che l’integrazione è fallita proprio in quei Paesi dove è più forte lo spirito nazionalistico, che la sinistra radical chic per lavarsi la coscienza ha voluto trasformare in becero buonismo dell’accoglienza. Chi sono i veri razzisti allora? Gli snob francesi, i suprematisti teutonici, i bacchettoni finto-libertini olandesi cosa hanno fatto in questi decenni se non ghettizzare gli immigrati? Tutti popoli in cui lo spirito nazionalistico è più forte, che si sentono superiori al resto del mondo per stirpe, per nascita, per cultura, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, hanno pensato bene di nascondere il loro senso di superiorità dietro l’elemosina. Sussidi sociali, case popolari, ma per carità, lontano dagli occhi, in quartieri, in città isolate, non fateceli vedere troppo, non ci mischiamo a loro. Hanno predicato l’uguaglianza sulla carta perché in fondo la loro superiorità non l’hanno mai messa in discussione. Anzi, il buonismo ha accresciuto quel senso snob di uomini eletti, così magnanimi da accogliere frotte di disperati, purché restassero a sufficienti km di distanza dalle loro case, dalle loro scuole, dalle loro attività. Tanto quel che accade nelle periferie non li riguarda davvero. Ben diverso il risultato, invece, in quei Paesi dove il patriottismo prende il posto del nazionalismo, dove l'egoismo sociale prevale sull'egocentrismo perché è ben chiaro l'interesse alla prosperità, dove non si sentono superiori per nascita, ma per merito, dove è più radicato il senso di comunità, di collaborazione tra persone che condividono i valori di una Patria, nata e cresciuta grazie al sacrificio di chi l’ha costruita, di chi ha creato una cultura comune, dei principi fondamentali che accomunano persone che scelgono di vivere insieme in un territorio, non sono costrette a farlo, perché decidono di difendere insieme i principi, le idee, i memi comuni. Sono quei Paesi che guarda caso hanno difeso i confini della propria Patria, che si sono dati delle regole precise e ne hanno preteso il rispetto da parte di tutti, che non hanno voluto accogliere tutti indiscriminatamente, che hanno preferito selezionare chi voleva immigrare in base ai valori comuni, in cui l’accoglienza si è basata sul merito, sul desiderio di lavorare, di condividere gli stessi principi, lo stesso desiderio di essere più forti insieme grazie al lavoro di tutti. Sono i Paesi che non hanno fatto elemosina, ma hanno giustamente accolto chi era disposto a dare il proprio contributo a una Patria comune con il lavoro, senza porsi in contrasto con i residenti e soprattutto con le regole del Paese che li ha accolti. E così ecco che negli USA i No al referendum hanno raggiunto l’83%, nel Regno Unito quasi l’80%, in Svizzera il 62%. A quanto pare i turchi in quei Paesi, tante volte considerati razzisti, hanno capito che buonismo e democrazia non vanno molto d’accordo, che accoglienza indiscriminata e integrazione non sono affatto l’una conseguenza dell’altra, anzi. A quanto pare i turchi si sono sentiti più integrati dove non li hanno ghettizzati a suon di sussidi, dove un turco che si dà da fare può avere successo quanto un londinese di nascita e vivere nello stesso quartiere se entrambi se lo possono permettere grazie al proprio lavoro. E in Italia? Il 62% di No farebbe ben sperare, ma non ci farei troppo affidamento. Gli italiani non sono nazionalisti, lo sappiamo. Anzi, siamo il popolo che più di ogni altro ama parlar male di sé. Il guaio è che abbiamo ben poco patriottismo, malgrado lo abbiamo inventato noi nell’antica Roma, ce lo hanno fatto perdere a forza di accuse di fascismo a chi osa parlare di amor di Patria. Siamo ancora un ibrido, di immigrati che avevano voglia di lavorare ne abbiamo accolti tanti negli anni passati e non ci siamo sentiti superiori ghettizzandoli. Ora, però, il bubbone sta scoppiando proprio perché la peste del buonismo razzista sta prendendo il sopravvento, portandoci all’esasperazione a suon di sbarchi e sussidi a pioggia alle onlus che ci lucrano sulle nostre spalle. Ma le strade che può intraprendere l’Italia sono solo due. O proseguiamo sulla strada del buonismo nazionalista, che rischia solo di trasformarci in razzisti come i francesi, senza essere in fondo capaci di avere la loro puzza sotto il naso perché non ci appartiene culturalmente, e ci facciamo conquistare impunemente. Oppure tiriamo fuori l’amor di Patria e cambiamo radicalmente la politica dell’immigrazione, accogliendo solo chi è disposto a lavorare, a condividere i nostri valori fondanti, a rispettare le nostre regole, per il bene dell’Italia. Altrimenti possiamo dirle addio.