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Sebastiano Caputo

17 Settembre Set 2017 7 giorni fa

Kim e gli altri

Quando Donald Trump incise nell’immaginario dei suoi elettori lo slogan “America first” in molti lo interpretammo come il passo indietro di un uomo consapevole che l’imperialismo degli Stati Uniti servisse soltanto a mascherare il preludio di un Impero durato esattamente un secolo e rettosi su due pilastri inseparabili: una moneta universalmente accettata, il dollaro, e un complesso militare-industriale ramificato in tutte le regioni del mondo. Questo sistema binario ha consentito al Paese di produrre illimitatamente beni e battere moneta fregandosene dell’esplosione del debito perché l’esercito, vero e proprio poliziotto globale, garantiva il salto in avanti, ovvero l’occupazione di nuovi mercati attraverso forme di coercizione bellica e di violenza simbolica. Non è un caso che la maggior parte dei Paesi presi di mira dal Pentagono negli ultimi decenni praticavano o studiavano metodi per sfuggire a questa logica di sfruttamento e di rapporto di forza. Saddam Hussein aveva chiesto di ricevere euro in cambio del petrolio, Hugo Chavez nazionalizzò le compagnie petrolifere, Bashar Al Assad impedì il passaggio di un gasdotto dal Qatar verso l’Europa passando per la Turchia, Muammar Gheddafi progettava la costruzione e la messa in orbita di un satellite per l’Africa, capace di coprire sia la trasmissione telefonica e televisiva, sia la diffusione di internet, infine i talebani fecero fallire i negoziati con la Unocal statunitense che intendeva costruire un corridoio energetico in Afghanistan. Di fronte a queste constatazioni storiche il governo di Pyongyang - prossimo nella lista - ha lanciato un programma nucleare a cui non può rinunciare se vuole tutelare la sua indipendenza. Ma sia chiaro: elencando gli interessi in gioco nelle “guerre democratiche”  non si vogliono difendere a priori i Paesi colpiti bensì sottolineare le cause profonde dietro la fraseologia diritto-umanista. Oggi che gli gli Stati Uniti perdono sul piano geopolitico in Siria, Iraq e Venezuela come su quello dipomatico di fronte all’ascesa di attori internazionali come la Russia e la Repubblica Islamica dell’Iran, improvvisamente si accorgono di Kim Jong Un minacciando l’avvento di uno scontro planetario. Ma l’aggressività della Casa Bianca nei confronti della Corea del Nord è in realtà retorica posizionale che serve a mascherare un declassamento evidente in un mondo sempre più multipolare; puro esibizionismo per tutelare il dollaro, agli occhi dei Paesi alleati o sudditi, come moneta di scambio; sofisticato simbolismo per non far comprendere ai giornalisti il significato ma soprattutto il peso della sconfitta. Mica crederete che uno staterello sotto sanzioni possa davvero farci saltare tutti in aria?