Blog

Sebastiano Caputo

5 Settembre Set 2018 05 settembre 2018

Ultima fermata Idlib

A fine agosto ero in Siria nelle vesti di testimone di nozze della persona che mi ha accompagnato in questi ultimi tre anni di spericolati reportage sul campo. Un momento straordinario, nella cornice rocciosa di Maalula, che solo un Paese così fiero può regalarti. Altrimenti non si spiegherebbe com’è possibile che un popolo intero abbia sconfitto da solo un'internazionale jihadista appoggiata dalle cancellerie occidentali. Finiti i festeggiamenti, nei caffé damasceni non si faceva altro che parlare delle colonne di blindati carichi di soldati, in viaggio verso Nord, a Idlib, l’ultima roccaforte in mano a Tahrir Al Sham, ex Jabhat al Nusra, ramo siriano di Al Qaeda, e ad altre sigle minori legate a doppio filo con la Turchia. Qualche giorno dopo, sulle primissime linee nei pressi di Mahardeh, li avevo visti coi miei occhi accarezzare i loro kalashnikov in attesa del grande giorno.  Il tempo scorreva in funzione dell’offensiva finale di una battaglia che potrebbe durare mesi dato che in questa sacca, a bordo dei famosi pullman verdi, si sono rifugiati la maggior parte dei combattenti sconfitti in altre parti del Paese. E nei circoli ristretti già si parlava di una nuova campagna mediatica occidentale a reti unificate volta a riproporre lo schema dell’utilizzo di armi chimiche contro la popolazione civile da parte del governo siriano. Armi chimiche che alla fine nessuno troverà mai, esattamente come accadde nella Ghouta Orientale qualche mese fa. Il lettore dunque è avvisato: chi si indigna è mal informato, o peggio, vittima della propaganda di guerra. Ma questa volta potrebbe essere diverso, e forse, a parte qualche dichiarazione sull’imminente “catastrofe umanitaria” per squalificare l’offensiva militare dell’Esercito Arabo Siriano pronucniata da chi è rimasto in silenzio quando tra il 2012 e il 2016, Damasco, Aleppo, Deir Ezzor e tante altre città siriane sotto il controllo del governo erano letteralmente accerchiate e sotto assedio dei gruppi jihadisti, non ci sarà troppo rumore. Da un lato i gruppi jihadisti sono circondati e non hanno scampo, dall’altro gli stessi Stati Uniti d’America non hanno interesse ad infilarsi in quello che lo stesso inviato speciale per la lotta all’Isis Brett McGurk ha definito Idlib “il più grande santuario di Al Qaeda dopo l’Afghanistan” perché indirettamente sperano in una rottura dei legami tra Russia e Turchia, con l’obiettivo di riportare Erdogan di nuovo nella sfera di influenza atlantica nonostante la questione curda nel nord della Siria sia ancora aperta e la presenza di Washington resta ingombrante. I principali mezzi d’informazione sostengono, senza alcuna prova, che ad Idlib ci siano circa 3 milioni di civili. In realtà nel 2011 l’intera provincia ne contava 1,5 milioni. Poi con l’arrivo di Jabhat al Nusra e dei combattenti stranieri, centinaia di migliaia di persone, in particolare i funzionari statali di confessione alawita e cristiana sono fuggiti. E se è vero che molti abitanti della Ghouta e di Aleppo siano stati trasferiti volontariamente in quell’area, è ancora più vero che non se ne contano più di 100mila, per cui ad oggi la stima del numero totale di persone nella provincia di Idlib dovrebbe essere ben al di sotto dei 2 milioni. Molti di loro verranno usati come scudi umani dai jihadisti, altri diventeranno gli scudi mediatici dei giornalisti per minimizzare quella che fino a ieri, cartine militari alla mano, era una vera e propria resistenza e che oggi si è trasformata nell’offensiva che chiude uno dei capitoli più tristi della storia contemporanea siriana. E ora staremo a vedere quanti salteranno sul carro del vincitore. Gli invece vedremo dove verranno sguinzagliati.