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Emanuele Ricucci

10 Marzo Mar 2017 10 marzo 2017

Il ponte che univa la Civiltà all'immondizia dell'Italia di oggi è crollato. Come quello sulla A14

L’italia è una Repubblica fondata…sul mito, di se stessa. Sul mito di se stessa, sul culto del passato, sulla musealizzazione della nostalgia, del ricordo. Del tempo che fu. Perché per quanto si possa essere cool, moderni, progressisti col sedere degli altri, rimaniamo solo un triste bar di provincia, sulla principale che porta al paese; quello con i bicchieri opachi e le costine di legno addosso ai muri. Col ventilatore acceso e il biliardo sporco. Dove si legge la Gazzetta e ci si dispera per qualche morto ammazzato in macchina, dove si ride del femminiello del paese vicino, mentre fuori le cicale cantano il loro sottofondo alla vita semplice. E un po’ triste. L’Italia è una favola di Basile, una menzogna. Un luogo geografico. Una casualità. Un malinteso. L’Italia sopravvive al proprio mito. Gli italiani di oggi hanno provato a fare un ponte con quelli di ieri. Ma è crollato, come quello sulla A14 Ancora balla alla sagra della memoria. La polka, il liscio. E ricorda il mare quando era pulito. L’Italia è tutta racchiusa nel mito di se stessa. Essenza originatrice e organizzatrice, primordio e punto di ripristino di una vita più grande, più degna. Nel mito c’è l’ultima realtà. Altrove, la sua proiezione. La realtà che non è fantasia, non è storytelling, né opinione. La realtà che non fluisce sulla fibra ed è fibra muscolare di un popolo. E l’Italia è nel mito, nel mito di se stessa. E gli italiani con Lei. Che hanno cristallizzato il tempo, fatto museo dei loro successi per andarci la domenica negli anni di crisi. Ognuno li spolvera, li rispolvera, ossessivamente, ancora ed ancora. Perché il presente fa proprio schifo. Lei che assiste al mito che nasce dall’acqua e dal vento, dal fuoco e dalla roccia. Dal magma, dalla terra che si muove. Lei che è ferma a guardarne la culla, il Mediterraneo. Nei Nuraghe e nei Trulli, nei campanelli alle caviglie delle donne più belle che danzano per Bacco, nel sangue sparso dei maschi della tribù che hanno fertilizzato la terra. Nell’Etna che sputa rabbia. Le ragioni del presente sono ridicole, mentre crolla un altro ponte, e agli italiani non rimane che pensare a quanto era bella l’Italia di ieri, l’Italia fatta ieri, quella di un tempo. Perché una disgrazia è concessa; ma tante no. Significa che qualcosa non torna più. Il presente fa proprio schifo mentre crolla un altro ponte. Fosse il primo. Il ponte che viene miseramente giù sulla A14, come gli altri sparsi nel Paese venuti giù, è ben più di una cosa orribile, di una disattenzione. Dà la dimensione degli uomini di questo tempo. A Rimini, il ponte di Tiberio sta su da 2000 anni. Ha visto passarci sopra somari e carri armati, piedi su piedi, cavalli ed eserciti con la schiuma alla bocca. Ha svolto la sua funzione: collegare due sponde, collegare più individui, collegare le epoche. È crollato un ponte tra la Civiltà e l'immondizia spacciata per Civiltà, quel sacco di immondizia appoggiato alla fine dell’Europa. La realtà parla di noi, non noi della realtà. Ma tanti italiani scelgono di ignorare la perfetta fattura delle fondamenta. Il tempo che ha il cemento di consolidarsi, l’armatura della sua anima, la pregiata manifattura artigiana, del lavoro. Hanno fretta di abitare nella loro nuova casa del futuro – senza inno, né confini; quella del gender fluid, quella che si sbraccia per far adottare un piccolo a due genitori omosessuali, quella che paga i corsi preparto alle donne migranti e che se ne frega dei suoi giovani figli, che annegano nel precariato e che un figlio se lo sognano, quella che voleva riformare il Senato, quella dei Tullianos, dei Renzis, degli Alfanos, quella che ha azzerato lo stato sociale, con il 40% di giovani disoccupati e la soglia di povertà assoluta che sale, e sale, e sale… - anche quando qualcuno sta dicendo loro: occhio! Se fate il tetto, ma ignorate le fondamenta, alla prima scossa crolla tutto. Perché l’Italia è sismica dentro, non solo fuori. E se non esce dal bar di provincia, saluta la barista, butta giù tutto d’un soffio l’amaro, se non dimentica Craxi, Totò, il Totocalcio, Macario, i figli ai gay, il mare pulito, il pesce fresco, Pavarotti, le cozze a Taranto mangiate crude, il mondiale '82, il grande Milan e il Festivalbar, cade in ginocchio; se non rende elastica quella sua capa tosta, alla prima vera, significativa scossa, viene giù. Crolla a pezzi. Come il ponte sull’A14. E il mito non basta. Sono le piccole spese a far fallire un’azienda. Io ho quel che ho donato.