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Emanuele Ricucci

7 Aprile Apr 2018 07 aprile 2018

No alla schifosa censura, sì al manifesto ProVita. Vogliamo essere civiltà, non Cirinnà

Facciamo fare quattro saldi in paideia ai progressisti! Cancellare quella gigantografia di un feto (a fianco in una foto dell'ANSA), che oggi vale molto meno di un diritto civile a caso, pescato nel cilindro delle libertà, ci ha reso simili all'Iran che cancella, censura le mammelle della Lupa Capitolina. Quel manifesto spaventava. Perché era un invito ad assumersi le proprie responsabilità in un mondo che vuole discolparsi da tutto. Dietro lo scudo dei diritti da tutelare, delle libertà da garantire c'è il terrore di essere pienamente uomini e donne, di portare a compimento, nel caos odierno, la propria virilità, la propria femminilità, la riconferma di contenere la vita, di essere vita. E il coraggio, pensate un po’, di darlo per scontato, mettendo in discussione non le basi, ma cercando di capire come conciliare la famiglia con la modernità che di essa, vuole fare semplicemente a meno. Saremo medievali? Allora sì, meglio essere dei medievali ancora legati alla vita come LOGICA continuità. Il medioevo partoriva. In tutti i sensi. Figli, civiltà, Bellezza. Sulla civiltà, e non sulla Cirinnà, è fondato questo nostro essere. A sentirla parlare, sembra che la Cirinnà, colei che pretende di trasformare i capricci delle minoranze in diritto, che brama per scrivere il tempo nuovo, sia nata da un diritto civile, non da una vagina. Dalla colatura di due pagine attaccate e protocollate, non dal fare l’amore. E io continuo a fidarmi degli antichi, capaci di trovare nelle colonne del nostro miglior essere, una regola per non diventare improvvisamente dei maiali pazzi, capaci di autodistruggerci nelle nostre stesse angosce. Non con una guerra, non con la più crudele tortura, ma con la negazione di noi stessi. E quell’humanitas, greca, romana, che nel tempo, parlando con Giovanni Reale, si evolve nel Cristianesimo, e poi nell’Umanesimo, fino a trasformarsi nel Rinascimento, è il freno supremo alla nostra volontà di autoannullarci. Ma la storia è progressiva, non necessariamente progresso, da intendersi come miglioramento che ci stacca dal passato e ci rende futuro, e si inizia a sentir puzza di una nuova etichetta che calza benissimo con le logiche del villaggio globale, dei coinquilini, anziché dei cittadini, dei replicanti, anziché degli uomini, (padri, rito e virilità), e delle donne, (femminilità, maternità, divinità che contiene la vita, come Maria): la dis-humanitas. In quanto a disumanità siamo dei veri fighi. Laddove, a differenza del tempo che fu, non c’è dignitas, né gravitas, non c’è integritas, né pietas. Non c’è più dignità, serietà, dovere; non c’è amore e compassione, non c’è più un cazzo che si avvicini al senso cristiano, tradotto, di Misericordia, se non a senso unico, ovvero verso il povero migrante. L'abbraccio è a senso unico. Non c’è la volontà di dedicarsi la vita e di sfuggire, in un sol colpo, alla nostalgia del presente che ci porta a vivere questo tempo ma di sentirsi mai padroni di esso, parafrasando Marcello Veneziani. Tutto quello sgomento per il grosso manifesto proVita apparso a Roma. Pro Vita, non pro sodomia, pro cocaina, pro violenza negli stadi, pro turismo sessuale in Thailandia. Ma siccome Monica Cirinnà e tutta la banda di protestatori sono i perfetti chierichetti di quella grande chiesa che da Che Guevara arriva fino a madre Teresa, anche ricordare che tutti siamo stati feti, prima di diventare ministri, scrittori, qualunquisti, ipocriti o saggi, diventa un problema serio. Attendiamo il momento in cui la supercazzola progressista arrivi a girare quella frittata su tutte, la più pesante e impiastricciata, quando il diritto non sarà ad abortire, ma a fare dei figli. Perché l’imposizione egemonica avrà talmente slacciato la propria intimità da una concezione vitale e vitalistica dell’universo,  spirituale e biologica, per cui fare figli non sarà più necessario, né, in qualche forma, “obbligo morale” di partecipazione al tempo e al divenire, di realizzazione, di continuità. Meglio l’illusione della partecipazione globale che vince oggi. Al limite si potrà fondere tutti e due, nel prossimo avvenire: faccio un figlio e lo posto su Facebook come scudo di una povertà arrembante. “Guarda ho un figlio e ho fame”. Figli come ricatto. E come vedete, il futuro è già presente. Perché le unità sociali, che un tempo si chiamavano famiglia, saranno perfette slegate da Dio, da un vincolo morale, da un patto culturale, da un matrimonio, da figli da crescere, da ruoli da condurre, da un passato ingombrante; meglio sole e sempre precarie, carne da macello del consumo all’eccesso, all’ingrasso. Zitto e replica. Hanno fatto e hanno detto, il manifestone è stato fatto eliminare. In fondo, ti ricordava solo com’eri quando tua madre decise di non abortirti. E qui brucia la pelle di terrore. La pelle degli uomini d’oggi. Segnaposto esistenziali, lontani dai padri romani, ancor più da quelli medievali. E tutti noi che, arretrando culturalmente, abbiamo le tonache e le spade come stereotipo di  tempi in cui si forgiava il nostro essere Civiltà, non Cirinnà. Eri solo un feto. Spaventa la verità? La verità che è una missione, è contenuta nella coscienza che diventa il discrimine per riconoscerla, oggigiorno. Purché la coscienza non sia inquinata da un atto di forza esterno, magnetico, che ti porta a sé col ricatto di farti vivere una dimensione superiore. Nel rapporto con la coscienza, accompagnata dalla capacità di un pensiero critico, costruito, solitamente, sulla coltivazione di noi stessi, da intendersi come sviluppo del processo culturale che ci porta a ragionare sopra le cose, sta il voler viaggiare verso la verità o verso la sua brutta copia. E la realtà è la casa della verità. Realtà unica via. Un’ambizione. Così come ricordare all’Italia, a cui fa sempre male la memoria, la contraddizione dei nuovi profeti della narrazione del nostro tempo, che spacciano al grammo e al kilo come verità assoluta. Così l’anagrafe antifascista di Stazzema, dove gli appartenenti ad un “credo” firmano un patto e si isolano tutti unti, dal resto della società. Vogliono la democrazia, vietandola. Alla faccia del fascismo e dell’emancipazione da ogni diktat. O il femminismo, che  rende veramente donna, ma poi, per le femministe ci sono donne e donne, ci sono le vecchie partigiane da celebrare, e le povere ciociare stuprate nel ’44 dai goumiers, da dimenticare, così come le schiave Yazide, o le vittime delle violenze nella notte del Capodanno di Colonia. Dire la verità sarà sempre più un atto rivoluzionario quando alla realtà si sostituisce la narrazione di essa. La manipolazione mediatica, il nonsenso, il parallelismo. E diciamola la verità: “In base al Pensiero Unico democratico, oggi imperante, non si può dire che esistono cose volgari, idee volgari, persone volgari: bisogna proclamare otto volte al giorno che tutti sono ugualmente nobili, confondendo in maniera marchiana la pari dignità e, in ultima analisi, la sacralità di ogni anima umana, con ciò che, poi, i singoli individui decidono di fare della propria vita; confondendo, cioè, la nobiltà della natura umana, quale essa può diventare a prezzo di impegno, lavoro e fatica, e la pretesa nobiltà di ogni comportamento umano, fosse pure il più volgare, il più vile, il più spregevole. Dunque, diciamolo forte e chiaro: non tutte le esistenze umane sono spese all’insegna della nobiltà; molte, al contrario, sprofondano, sovente per una libera scelta, nel fango dell’abiezione, dell’egoismo distruttivo, della malvagità intenzionale” (Francesco Lamendola, ragionando sulla modernità del pensiero di Ortega Y Gasset e sulle sue riflessioni circa la perdita di una morale sociale) E io un pochino mi sarei rotto le palle di vivere su quel carro che porta via da Frittole, nel 1492, viaggiando a fianco di Benigni e Troisi, con Mario, Saverio e Vitellozzo, che mentre li guida in città gli ricorda dei capibastone, del Savonarola e del Giuliano Del Capecchio, boia con l’ascia affilata, capaci di mettere a catena la città nel nuovo volere morale di una nuova censura personalizzata, espressione di una setta. Di un pezzetto di società civile. Niente vestiti sgargianti, niente feste, né allegria. E le donne, le donne, poi, non si possono guardare, neanche pensare, incrociare o avvicinare. Ecco, qui, in questo nostro 2018. “Vergognoso che per le strade di Roma si permettano manifesti contro una legge dello Stato e contro il diritto di scelta delle donne”, disse la Cirinnà alla vista del manifesto dello scandalo. Non vincerà in me l’idea della morte, specie in un sistema che offre più soluzioni per morire che per vivere. Non vincerà in me l'idea della morte,  se non come eternità, prosecuzione o dedica alla vittoria. Che sia fisica o concettuale. Se il centro del sistema saranno i capricci di ogni nuova minoranza che viene a generarsi come figliastra del razzismo moderno, che vuole estendere ogni lagna a diritto, la priorità sarà sempre meno proseguire noi stessi, come uomini, come figli, come padri e madri. L'unica soluzione è tornare uomini, sovrani, anzitutto, di noi stessi.