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Luciano Fasano

5 Dicembre Dic 2016 05 dicembre 2016

La "vittoria di Pirro" del NO. E adesso?

Il referendum confermativo sulla proposta di revisione costituzionale del governo Renzi ha avuto un esito chiaro e inappellabile: quasi il sessanta per cento dei votanti si è espresso per il No, in un voto che ha visto una partecipazione elettorale molto alta (pari a poco meno del 70%). Il Presidente del Consiglio ha già detto che nel pomeriggio di oggi incontrerà il Presidente della Repubblica per rassegnare le proprie dimissioni. Si apre una crisi di governo dagli esiti profondamente incerti, che potrebbe anche portare in tempi piuttosto rapidi alla fine anticipata della Legislatura (dopo l'approvazione, in tempi molto rapidi, di una nuova legge elettorale, è possibile immaginare si vada al voto nella primavera del prossimo anno). Il governo Renzi ha perso da solo un referendum sul quale, fin dal principio (e forse questo è stato anche l'errore politico più grave del Premier), aveva quasi posto una questione di fiducia davanti all'intero paese. E al di là del fatto che sul piano squisitamente costituzionale tali dimissioni non siano un atto dovuto (siamo in una forma di governo parlamentare, in cui è il Parlamento - e non gli elettori - a stabilire chi abbia le condizioni per governare), dal punto di vista politico non vi è alcun dubbio che si tratti di una decisione giusta e necessaria. Ma il punto è: cosa succederà adesso? All'interno del Pd, che resta il partito di maggioranza relativa, si aprirà una resa dei conti fra sostenitori della linea di Renzi e le minoranze interne. Renzi non dovrebbe incontrare grossi ostacoli nel mantenere la guida del partito, per vedersi eventualmente riconfermato (qualora decidesse di ricandidarsi alla segreteria) alle primarie che dovrebbero tenersi il prossimo anno: nei più recenti sondaggi, infatti, fra il 90 e il 95 per cento degli elettori del Pd dichiaravano di votare Sì al referendum (quelli del post-referendum danno questa percentuale in diminuzione, all'80 per cento circa, che comunque resta una percentuale molto alta), e questo è il popolo delle primarie sul quale l'ormai ex Presidente del Consiglio può continuare a contare. Senza dimenticare un altro dato importante: il 40% a favore del Sì nel referendum di ieri è, con tutta probabilità, in larga parte un voto a sostegno di Renzi: un'eredità non di poco conto, in vista delle prossime elezioni politiche, anche in considerazione del fatto che riguarda il 70% circa dell'elettorato italiano. Ciò tuttavia non toglie che i prossimi mesi del Partito democratico saranno molto turbolenti, visto l'arroventato clima interno fra maggioranza e minoranze, con evidenti conseguenze anche sul fronte esterno, del rapporto con il governo e con le altre forze politiche che ne faranno parte. Il prossimo Premier sarà quindi costretto a convivere con una dialettica interna al partito di maggioranza relativa molto conflittuale. E perciò non è detto che il Presidente della Repubblica, alla fine, non decida di incaricare per la formazione del nuovo governo un esponente di un partito diverso dal Pd, tanto più che si tratterà di un esecutivo a mandato limitato, con il compito di fare una nuova legge elettorale (per la Camera e per il Senato) e di condurre il paese a nuove elezioni. Ed è qui che entreranno in scena i partiti del fronte del No, usciti vincitori dalla consultazione referendaria. Ad essi, in primo luogo, spetta la responsabilità di favorire l'approvazione di una nuova legge elettorale (che siano in grado di impegnarsi in un possibile nuovo percorso di riforma costituzionale non ci crede nessuno, date le profonde difformità di visione che hanno su questo tema). Una legge elettorale che, con tutta probabilità, sarà di tipo proporzionale e - per dirla in termini tecnici - senza significativi effetti riduttivi o maggioritari (perciò ben poco possiamo aspettarci da eventuali premi di maggioranza, soglie di sbarramento, caratteristiche dei collegi elettorali). I partiti del No, infatti, non hanno alcuna convenienza ad assumere dei rischi in rapporto agli esiti della legge elettorale: tutti hanno paura di perdere, qualcuno (soprattutto il Movimento 5 Stelle) ha paura di vincere, nessuno vuole restare ai margini di una partita politica dai contorni molto incerti e che nei prossimi anni potrebbe repentinamente decidere della sorte di ciascuno di loro. Il proporzionale li metterà al riparo da una chiara presa di responsabilità di fronte agli elettori, e una loro eventuale partecipazione al governo del dopo elezioni avrà soprattutto lo scopo di assicurare uno spazio di veto o interdizione rispetto all'azione del nuovo esecutivo. Infine, il proporzionale ben si presta a rappresentare una sorta di "tripartitismo imperfetto" (Pd, centro-destra e 5 Stelle) che rieditando in forma diversa il bipartitismo della Prima repubblica fra DC e PCI, permetterà al Movimento 5 Stelle di avvantaggiarsi di una (quasi) sistematica esclusione dal governo, a tutto vantaggio del consenso elettorale. La nuova legge elettorale sarà la rappresentazione più plastica di un vasto aggregato di forze politiche che, a prescindere dal proprio orientamento culturale e ideologico (di sinistra o di destra), hanno il medesimo interesse ad agevolare un'uscita dall'attuale crisi politico-istituzionale (non abbiamo un governo, abbiamo appena bocciato una riforma costituzionale e non abbiamo una legge elettorale) in una logica di piccolo cabotaggio. Il pericolo grillino è troppo forte dal poter immaginare di contrastarlo con un rafforzamento della responsabilità del potere esecutivo e di governo (e quindi della governabilità). Molto più semplice neutralizzarne la spinta in una direzione consociativa, soluzione vista con favore dallo stesso Movimento 5 Stelle, che in questo modo finirebbe per essere della partita (e poter dire la sua, come il PCI della Prima repubblica) senza doversi fare carico di un diretto coinvolgimento al governo. E il Pd di Renzi, solo e troppo diviso al proprio interno per poter svolgere una funzione di baricentro, come i numeri in Parlamento gli imporrebbero di fare, si troverà costretto almeno in parte ad assecondare questo gioco. Lo scenario che abbiamo appena raffigurato potrà sembrare troppo pessimista. Siamo tuttavia convinti che, allo stato attuale delle cose, sia sufficientemente realistico. Ed è proprio per questo motivo che la vittoria del No, oggi festeggiata da tutti coloro che avevano la legittima intenzione di far cadere il governo Renzi, assume fin d'ora i contorni di una "vittoria di Pirro". Motivata da ragioni esclusivamente politiche e interpretata sul terreno delle riforme costituzionali, la strategia di "rottamazione" dell'attuale Presidente del Consiglio potrebbe mostrare tutti i suoi limiti già domani, quando alle forze politiche che l'hanno ottenuta spetterà dire una parola chiara e responsabile sul percorso politico-istituzionale da intraprendere, a cominciare dalla nuova legge elettorale.