La rilettura del poeta inglese spalanca le porte della fantasia Ne esce un libro che va dal jazz alla filosofia

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26 Agosto Ago 2014 26 agosto 2014

Diario, zibaldone, racconto autobiografico: l'opera postuma dello scrittore argentino è piena di sorprese

I talo Calvino, che lo conobbe negli anni parigini, descrive Julio Cortázar come un uomo dotato d'un fisico di «inverosimile giovinezza», e di grande affabilità e humour, influenzato come scrittore dalla tradizione del racconto fantastico, da Poe a Borges, dal surrealismo, dal jazz, e in grado di far germogliare il misterioso, l'irrazionale, il terribile dalla più corporea descrizione del quotidiano. Autore di perfetti racconti, a cominciare da Bestiario , del 1951, Cortázar, che visse tutta le seconda parte della sua vita in Francia una volta fuggito dall'Argentina peronista, divenne noto soprattutto per il successo internazionale di Il gioco del mondo , un romanzo uscito nel 1963 che risente della temperie sperimentale del tempo. Un romanzo «aperto», ambientato tra Parigi e Buenos Aires, con personaggi riconoscibili e carichi di valori simbolici come Horacio Oliveira, la Maga, e i loro ambigui doppi Talita e Treveler, così labirintico che l'autore offre una tavola di orientamento per tutti i possibili percorsi di lettura. Altrettanto grandiosamente «aperto» appare il volume che oggi soltanto un editore coraggioso e appassionato poteva decidere di mandare in libreria, questo A passeggio con John Keats (Fazi, pagg. 666, euro 19,50), un'opera misteriosa e magmatica, scritta durante gli ultimi anni della residenza in Argentina e uscita postuma, che definire saggio o romanzo critico sarebbe riduttivo. Si tratta piuttosto di una specie di sontuoso, grondante diario o meglio ancora zibaldone incentrato sulla «venerazione appassionata» che Cortázar provava per un grande poeta del romanticismo inglese, John Keats. Parlandoci di Keats, Cortázar dice molto di se stesso. Il cammino che intraprende è una passeggiata attraverso la memoria sottobraccio al poeta. Come spesso le passeggiate, anche questa non è lineare, ma tortuosa, sottoposta a indugi, ritorni sui propri passi, momenti di contemplazione, soste, accelerazioni. La narrazione non segue una coordinazione temporale, lasciata con ironia ai romanzi d'azione alla Dumas padre. Lo stesso Cortázar suggerisce a un certo punto di saltare da pagina 368 a pagina 529 per conoscere gli esiti della storia d'amore tra Keats e Fanny Brawne e intitola uno dei capitoli finali: «Ricapitolazione per il lettore metodico». Qui, in questo libro, il metodo è non aver metodo, è la libertà di improvvisazione istantanea tipica del jazz, musica che Cortázar ama al punto da ispirarsi a Charlie Parker per un suo racconto e da citare qui Coleman Hawkins e Beiderbecke e Ellington chiamandoli familiarmente Bix e Duke. Ma il ritratto di Keats che vien fuori è di formidabile esattezza e ricchezza. Keats è un «poeta da tasca», quella dove si mettono le cose che contano, mani, soldi, fazzoletti, e non da «scaffale», come Coleridge e Eliot. Ed è un antesignano della poesia pura. Se Shelley punta sulla «diafanità», Keats è attratto dalla «coseità», e celebra la realtà disinteressatamente, non si impegna in cause sociali, non è contro nulla, mentre Shelley viene chiamato poeta «penicillinico» per la sua volontà di guarire il mondo. La poesia di Keats appare a Cortázar un «girasole, dolcemente sottomesso al decorso del sole». Shelley e più tardi Valéry usano la mitologia come un «comodo sistema di riferimenti mentali», Keats non ha altro fine che celebrarla. È attratto non dalle idee, ma dalle forme. E da quel sentire in cui risiede la creazione della bellezza. Le sue opere, Endimione , le grandi Odi, Iperione , non vengono analizzate con strumenti critici. Cortázar le ascolta nella loro energia di irradiazione vitale, per cui di Endimione può scrivere, in una stupefacente catena di analogie, che è una banchina da cui pescare, un parco giochi, una galleria di specchi, una serenata, un assolo di sax, un boccale di sidro, uno splendido KO. Cortázar inoltre ascolta se stesso, e si mostra pudicamente negli interstizi di questa sua costruzione così babelica. Il 10 gennaio lo vediamo mentre soffia dolcemente su una formichina colorata che, forse attratta dall'odore dell'inchiostro, si aggira sui suoi fogli. Il 20 febbraio lo sentiamo piangere la morte di Gide. La notte che precede il primo di aprile, eccolo che riflette su Eliot e sui celeberrimi versi iniziali della Terra desolata , e sull'autunno australe visto come «il negativo di una primavera». Il paradosso è che queste pagine possono dilagare, dilatarsi all'infinito, e poi all'improvviso contrarsi e dare vita a brevi mirabili aforismi: ne ho isolato qualcuno. «Cos'altro sono i desideri se non le idee del cuore?». «In Italia il colore del riposo è il rosa». «Si è autobiografici come si è antisemiti: per debolezza». «Il poeta è colui che brama essere (detto in termini di opera: il poeta è il canto)». Insomma, un libro complesso, generoso, folle. Buono per gli amanti di Keats, di Cortázar stesso, e in fondo per tutti coloro ancora disposti, in questi tempi di fiacchezza inventiva, a seguire il monito del poeta: «Lasciate sempre errare la fantasia./Il piacere non sta mai in casa».

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