Alexandre Dumas, l'ingordigia d'un narratore enorme

Alexandre Dumas, l'ingordigia d'un narratore enorme
31 Ottobre Ott 2014 31 ottobre 2014

Il tempo sta dando ragione a Alexandre Dumas (1802-70). Considerato a lungo dai palati più fini niente più che un mestierante, oggi può vantare un posto al Pantheon tra i maggiori scrittori di una nazione come quella francese che continua ad attribuire alla letteratura un ruolo centrale, e si comincia a far strada l'idea che Il conte di Montecristo e I tre moschettieri , i suoi capolavori, siano romanzi dalla struttura narrativa perfetta, degna di far scuola.

Oggi noi cultori di Dumas abbiamo la chance di leggere una sua opera per la prima volta tradotta in italiano (a quando il suo superbo, debordante Mon dictionaire de cuisine? ) che è questo La sfinge rossa (Mondadori, pagg.687, euro 15). Un romanzo che uscì a puntate su una rivista, Les Nouvelles , tra il 1865 e il 1866, con il titolo Le Comte de Moret , per poi riapparire in volume con il titolo attuale soltanto nel 1946. Ritroviamo in queste pagine tutte le qualità più tipiche di Dumas: la dismisura, l'ingordigia, una strabiliante ricchezza di immaginazione e invenzione, oltre che la passione divorante per la storia. Il genere cui il romanzo appartiene è proprio quello storico. La figura dominante, sin dal titolo, è quella del cardinale di Richelieu, che qui vediamo mentre esercita il suo ruolo di indecifrabile, astutissimo manovratore politico dell'Europa di allora, mentre sventa le trame dei suoi nemici a corte, mentre illustra nel dettaglio il suo patrimonio. Ma anche mentre si circonda di poeti (tra di essi il giovane Corneille) a cui affiderà, uno per ciascuno, la stesura dei cinque atti di una sua tragicommedia. E persino mentre distribuisce pensioni, come nel caso incredibile di Madame de Gournay, che ne strappa una per sé, una per la sua governante, una per la sua gatta, e una persino per i cinque gattini appena partoriti. Vicino al cardinale, il Re Luigi XIII, un re triste, inappetente, vestito sempre di nero, in lutto perenne per la morte del padre Enrico IV. Le scene in cui il re mangiando due ciliegie secche dialoga sul senso della malinconia e del divertimento con il suo buffone Angely, che intanto appollaiato su uno sgabello come un pappagallo si sazia di fagiani, beccacce e beccafichi, hanno una potenza shakespeariana.

Nel romanzo non mancano duelli, tra cui quello esilarante tra due cavalieri acciaccati, Latil e il gobbo Pisany che incrociano le spade dalle rispettive portantine, e non mancano dame, Isabelle de Lautrec, Anna d'Austria, Maria de Medici, la buffa e impertinente madame Cavois, la bella e mondana Marion Delorme. Le pagine il cui il conte di Moret attraversa le Alpi per andare a spiare le fortificazioni sabaude di Susa sono ricche di avventura, con tanto di briganti, delitti, e discorsi in cui si mescolano abilmente l'amore e la scienza di Galileo.

Il romanzo va letto così, più che affidandosi alla trama, qui non all'altezza delle opere maggiori, andando alla ricerca di acrobazie dell'intelligenza, di aneddoti, di trovate: simile in questo a Il cimitero di Praga di Umberto Eco, capace di produrre lo stesso divagante piacere intellettuale.

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