Ciociari contro romani, ecco il derby iniziato 2000 anni fa

Ciociari contro romani, ecco il derby iniziato 2000 anni fa
Sostieni il progetto Conflitti da non dimenticare su Gli Occhi della Guerra
12 Settembre Set 2015 12 settembre 2015

Oggi i giallorossi di Garcia sfidano i neopromossi del Frosinone, guidati dal tecnico Roberto Stellone

Roma Sud. Autostrada del Sole. Uscita Frosinone, poi dritti fino al Matusa. Non è difficile arrivare, meno di un'ora, sempre che non ti fermi alla Macchia, autogrill sospeso tra Anagni e Ferentino. Eppure per i romanisti sarà come viaggiare in terre sconosciute, con quell'aria di chi oltre i Castelli si sente straniero e padrone. Per romani e romanisti il Lazio non esiste, anche se molti di loro sono arrivati nell'Urbe da lì e al massimo la domenica si avventurano a Nord, verso la Tuscia. A Sud comincia il Sud e gli viene il mal di testa. Solo che adesso per la prima volta c'è una terza squadra laziale in serie A. Non è un derby e non è neppure come Milan o Inter che giocano con il Brescia, il Como o l'Atalanta. Non è capitale contro provincia. È scontro antico di contaminazione e orgoglio. I ciociari, per esempio, vorrebbero Roma fuori dal Lazio. Non è che non la amano, ma la vogliono diversa, come un distretto, come Washington Dc, come un bellissimo mostro da tenere fuori dalle porte di casa. La ragione è che Roma è grassa, vorace, prepotente, magnona e magnaccia, ingombrante, e incapace di riconoscere che nel sangue di Roma c'è il lavoro e il coraggio dei ciociari. Ma come fai a spiegare ai romani che Marcello, quello che guarda Anitona fare il bagno nella Fontana di Trevi, non è romano? «Marcello, Marcello, come here». Marcello, Marcello Mastroianni, nato a Fontana Liri e genitori di Arpino. Neppure Vittorio De Sica: «Io in verità sono nato a Sora, una cittadina tra Roma e Napoli». E non è certo romano Nino Manfredi e neppure quel gran signore di Tommaso Landolfi. È altrettanto inutile ricordare che a salvarli dai germani fu Caio Mario, homo novus di Arpino. Sì, esattamente come Cicerone o come Agrippa, il generale che fece grande Augusto e per regalo ci ha lasciato il Pantheon. Avete presente?

Ora è chiaro che i ciociari, testardi come sono, si sentono parte della grandezza di Roma. È dai confini che arrivano le idee nuove. È da lì che arriva il coraggio di cambiare il mondo. È la forza del pensiero divergente, quello che ancora non si è adeguato al sonnecchiare delle terrazze romane. È per questo che la Ciociaria non ha paura di stare in serie A, perché in qualche modo c'è sempre stata. Roma è già stata sua, magari con il cinismo di Giulio Andreotti, con i conti di Antonio Fazio, con la filosofia di Tommaso d'Aquino e la satira irriverente di Giovenale o con le colonne sonore di un ciociaro d'origine come Morricone. I romanisti tutto questo non lo sanno. Non sanno nulla di equi, volsci e sanniti. Non sanno nulla di Frosinone e neppure di Anagni, di Arpino, di Aquino, di Alvito o di Atina. Tutte antiche città con la A nel petto. E allora cosa vuoi che sia una partita? È da duemila e passa anni che quelle terre fanno ricca e grande la città eterna. Non si gioca mai per lo zero a zero.

Tags

Commenti

Commenta anche tu