"La teoria gender? Colpa del femminismo"

La teoria gender? Colpa del femminismo
26 Maggio Mag 2016 26 maggio 2016

Secondo lo studioso tedesco Martin Voigt la teoria gender e l'emancipazione sono la conseguenza dell'effetto del libero mercato sulla società contemporanea. Che, in nome della competitività, sta distruggendo la famiglia e danneggiando il percorso di crescita delle nuove generazioni

Amicizia, teoria gender, accettazione sociale, sessualità, identità, famiglia, internet. Concetti, questi, che in un primo momento possono sembrare estranei, ma che sono invece le parole chiave di uno studio recentemente uscito in Germania e pubblicato in un libro edito da Springer Verlag. Intitolato "Maedchen im Netz" ("Femmine in rete") e scritto da Martin Voigt, tale libro è stato pubblicato lo scorso gennaio ed ha come obiettivo quello di dimostrare come l'utilizzo di internet e soprattutto i social network sia per molti funzionale a creare una identità fittizia e parallela a quella reale per cercare un'accettazione sociale che nella vita reale è sempre più difficile da raggiungere. Partendo dall'analisi dell'utilizzo dei forum e dei social da parte degli adolescenti l'opera tenta di mostrare come nelle foto condivise, nell'esibizionismo sfrenato dei selfie e negli ammiccamenti a sfondo sessuale vi sia la ricerca di una identità e di un affetto difficile da trovare, dovuto al carattere estemamente fluido e spaesante del mercato del lavoro e della famiglia nella società occidentale.

Recensito da quasi tutti i pricipali media tedeschi, Femmine in rete ha generato numerose critiche, soprattutto provenienti dalla comunità LGBT e dal mondo femminista. L'autore riteine di avere infatti individuato delle caratteristiche innate e diverse nella natura maschile e femminile, cosa che non si concilia con l'uguaglianza totale dei sessi sostenuta da alcune componenti del femminismo. Secondo l'autore si tratta però di critiche smenitibili. Martin Voigt, 31 anni, ricercatore presso l'Università di Monaco e redattore presso diversi giornali e riviste tedesche, collabora con diversi progetti scientifici ed è consulente della Polizia Federale Tedesca per quanto riguarda diversi progetti di prevenzione. Molte critiche, secondo Voigt, non sarebbero supportate da argomentazioni valide, ma da da un forte retaggio ideologico.

Dottor Voigt, cosa l'ha portata a pubblicare questo studio?

Tutto è iniziato modo spontaneo. Era il 2007 ed ero uno studente di lingue all’università di Monaco. Seguendo un corso intitolato “Lo sviluppo della lingua ai tempi di internet” mi sono reso conto che tutto il materiale che ci veniva fornito era datato di almeno 10 anni e che nessun professore aveva mai studiato come la lingua tedesca stesse cambiando tra gli adolescenti. Per scoprirlo ho iniziato ad andare su internet e a frequentare le chat pubbliche. Al tempo non c’erano ancora i social network che conosciamo oggi, come facebook e twitter, ma dei forum in cui la gente scriveva e parlava a vicenda senza conoscerci. Notai subito che a utilizzare queste piattaforme erano quasi sempre lo stesso tipo di persone che esprimevano lo stesso tipo di sentimenti: ragazzine dai 12 ai 16 anni che rappresentavano forti emozioni in maniera standardizzata. Tutte scrivevano nello stesso modo, comunicavano con le stesse abbreviazioni delle parole, condividevano lo stesso tipo di fotografie. Foto provocanti, foto in cui si abbracciano o si baciano a vicenda corredate di commenti che dicono quanto ci si ami a vicenda. Tutte utilizzavano il web per crearsi una propria identità telematica da condividere con gli altri. Ciò mi ha fatto notare come ci fosse un legame forte tra la ricerca di identità, il web e le mutazioni linguistiche in atto, per questo ho iniziato ad occuparmi intensamente di questo tema che è stato poi l’oggetto del mio dottorato ed è diventato il contenuto dei miei libri.

Lei parla dell’appariscenza sul web come un fenomeno tipicamente femminile e giovanile. Eppure oggi, aprendo qualsiasi social, è evidente come questa sia una cosa trasversale, che interessa tutti i sessi e tutte le età.

E’ vero. Ci sono alcuni elementi condivisi da tutti, altri sono invece fortemente legati all’età e al sesso. In adolescenza, per esempio, i numeri mostrano come sui social gli uomini si espongano meno e meno spesso. Tutte le principali ricerche sociologiche sono d’accordo nell’affermare che quelle tra uomini sono amicizie “spalla a spalla”, cioè in cui si cercano meno conferme e con meno continuità. Le ragazze mostrano invece il bisogno di continue conferme e di manifestazioni delle proprie amicizie, ripetendosi a vicenda quanto si vogliano bene e quanto si sia importanti a vicenda. Quando non c’era internet i comportamenti più tipici erano quelli di scriversi bigliettini e di fare delle foto insieme nelle cabine telefoniche delle metropolitane. Il web ha a spettacolarizzato le manifestazioni di affetto femminile che un tempo avvenivano in forma privata. Le foto provocanti che vengono postate sui social non hanno solo la funzione di suscitare l’interesse dei maschi, sono invece anche e soprattutto un messaggio all’interno del mondo femminile.

Quali sono invece le manifestazioni condivise trasversalmente da tutti i sessi e tutte le età?

Ciò che accomuna maschi e femmine come ragazzini e adulti è l’utilizzo del web per costruirsi una finta identità. E’ evidente come vi sia la costante e trasversale ricerca di qualcosa in cui identificarsi, a cui appartenere , che mostri a se stessi di essere amati e accettati. Il web sta per molti avendo la funzione di colmare un vuoto sociale ed interiore. E’ sbagliato colpevolizzare internet e i social in maniera univoca. Facebook è soltanto un palco, una manifestazione della volontà di apparire. Non ne è l’origine, che va invece ricercata all’interno della società moderna.

L’origine di queste manifestazioni è dunque, secondo Lei, una società basata sull’apparenza, cosa che un tempo non era. Quali sono le origini di questi cambiamenti?

La principale origine di tutto ciò è la mutazione della famiglia. Che, a sua volta, è dovuta al cambiamento del mercato del lavoro. Un tempo la famiglia rappresentava un momento centrale nel percorso di socializzazione e di definizione dell’identità di un bambino in fase di crescita. Il bambino passava tanto tempo all’interno del nucleo famigliare, cosa che creava un rapporto intenso con i genitori. Questo non significava che la famiglia fosse ricetta assoluta di stabilità emotiva e felicità, ciò dipende da caso in caso. Significava però che i bambini crescevano in un contesto meno competitivo. Gli studi mostrano che all’interno della dimensione famigliare il bambino si senta di potersi comportare per come è veramente, perché non sente di dover dimostrare nulla per essere accettato, aspettandosi invece di essere amato e protetto a prescindere. Oggi il mercato ha cambiato la famiglia. Il valore massimo è quello della competitività, cioè dell’ottenimento della miglior prestazione con il minor costo. Gli stipendi sono così diventati più bassi e nel 90per cento dei casi entrambi i genitori devono lavorare per sbancare il lunario, non avendo dunque tempo per dedicarsi ai figli. I quali vengono spesso affidati alle scuole e ai doposcuola per tutto il giorno e vivono tutta la propria quotidianità al di fuori della famiglia, in una società di coetanei nella quale essere accettati non è scontato e per questo è a sua volta molto più competitiva. Il processo di definizione identitaria di un bambino è così plasmato dal confronto con i coetanei e dal desiderio di essere accettato. Questo fenomeno è descritto molto bene nel libro“Il signore delle mosche”, un romanzo fondato su veri studi sociologici che mostra quali dinamiche competitive si instaurino un società composte solo da bambini. In un mercato in cui il valore più alto è la competitività, essa è diventata anche ciò che plasma gli uomini fin dalla prima infanzia. L’uso dei social ha estremizzato tutto ciò. Ogni foto, ogni post, ogni commento è un messaggio, una richiesta di accettazione sociale che si misura in base ai “mi piace” che riceve. Le persone valgono tanto quando è cliccata la propria finta identità telematica.

Il suo libro come alcuni i suoi articoli apparsi sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung e che spiegano i contenuti che ha appena espresso hanno generato profonde critiche e taglienti accuse. Come se lo spiega?

Le critiche provengono soprattutto dal mondo LGBT e dagli esponenti politici che lo sostengono. Ciò che mi è stato rinfacciato è di avere descritto e portato documentazioni scientifiche su come, per alcuni aspetti, le femmine siano profondamente diverse dai maschi. Ho portato esempi a proposito descrivendo chiarissimi stereotipi adolescenziali maschili e femminili e ho scritto che ciò si manifesti anche nell’utilizzo dei social. Questa evidenza della diversità è in forte contrasto con la teoria gender, che sostiene invece che tra uomo e donna non vi sia alcun tipo di differenza e che essi possano essere totalmente intercambiabili.

Alcuni considerano l’annullamento delle differenze come una tappa del progresso, come il superamento di un medioevo culturale a favore della modernità…

Queste persone descrivono l’annullamento delle differenze come un percorso naturale. La scienza come la sociologia mostrano invece chiaramente come vi siano delle innate differenze biologiche ed emotive tra uomo e donna. L’annullamento delle differenze è in realtà un processo culturale figlio non della natura ma di determinate decisioni politiche. A teorizzarle sono stati nel secondo dopoguerra i filosofi neo-marxisti della Scuola di Francoforte, gli stessi che hanno dato l’input alla rivoluzione culturale del 68, che è stata il più grande momento di affermazione politica di tali teorie. Il movimento del 68 puntava alla rivoluzione culturale tramite l’abolizione delle disuguaglianze sessuali col fine di raggiungere un’equiparazione sociale e politica tra uomo e donna. La lotta alla disuguaglianza e l’annullamento delle differenze tra gli esser umani è il primo scopo dell’ideologia marxista. La scuola di Francoforte ha semplicemente applicato tale concetto alla dimensione sessuale e ha generato una grande rivoluzione sociale tramite la liberalizzazione umana dei comportamenti sessuali. Il 68 è stato, in questi termini, una vera rivoluzione perché ha introdotto una nuova cultura, per la quale la libertà degli individui corrisponde alla propria libertà sessuale. Essa ha distrutto i paradigmi culturali che c’erano precedentemente e che erano basato su concetti come la fedeltà e l’onore che oggi sono diventati totalmente tabù.

Anche se la cosiddetta teoria gender è figlia di un preciso percorso politico e ideologico secondo alcuni l’annullamento delle differenze porterà a un miglioramento della qualità della vita degli individui, soprattutto delle donne…

Se la libertà di una persona si misura in base alla propria libertà sessuale allora essa è direttamente proporzionale all’assenza della famiglia fondata su vincoli di amore e fedeltà, gli stessi che garantiscono stabilità e sicurezza ai bambini. La libertà intesa come assenza di famiglia genera profonda instabilità, insicurezza e disorientamento nei bambini, che sono gli uomini e le donne di domani. Le personalità dei bambini sono plasmate dai rapporti con e tra i genitori, se questi sono fluidi, instabili o conflittuali il bambino è disorientato e spinto a cercare all’esterno del nucleo famigliare ciò che non trova. I comportamenti sui social ne sono spesso la manifestazione, sono la ricerca di attenzione e la volontà di dimostrare di essere accettati e di avere trovato l’amore. L’individualismo totale, la concezione della libertà solo come libertà sessuale e l’emancipazione individuale stanno portando alla distruzione della famiglia intesa come garante di stabilità e sicurezza per gli uomini e le donne di domani. Dobbiamo aspettarci dunque intere generazioni composte da individui totalmente disorientati, alienati, insicuri e instabili emotivamente.

Lei indica nell’emancipazione, anche femminile, una delle principali cause della distruzione della famiglia e della stabilità ad essa connessa. Ed è per questo stato accusato di essere un complottista. Come risponde?

Rispondo con i fatti, che mostrano come la distruzione della famiglia stia avvenendo concretamente tramite l’adozione di determinate misure politiche ed economiche, a prescindere da qualsiasi ipotetico complotto. In Germania questo è evidente in tutti gli schieramenti politici che formano il governo. Le presunte politiche a tutela della famiglia consistono nell’incentivare la donna a lavorare a tempo pieno e a detassare gli asili nido e i doposcuola. Questo è esattamente ciò che genera l’allontanamento delle persone che compongono il nucleo famigliare.

Per vivere, però, le persone hanno bisogno di lavorare. Il più delle volte è inevitabile che entrambi i genitori abbiano un’occupazione lavorativa a tempo pieno. Ne va della sopravvivenza.

E’ vero. Il mercato è cambiato, offre stipendi più bassi e chiede a tutti gli individui di lavorare al 100per cento. In nome del mercato e della competitività sta venendo abolito ciò che garantiva equilibrio, stabilità e orientamento. La dedizione di tutto il proprio tempo al lavoro e non agli affetti e ai figli viene visto come la miglior forma di emancipazione, che è la battaglia numero uno del femminismo. In questi termini possiamo tranquillamente dire che neomarxismo e liberalismo abbiano trovato la propria sintesi nel femminismo e della teoria gender, che lotta per l’uguaglianza totale in nome della soddisfazione delle richieste del mercato. In Germania durante le manifestazioni della sinistra di ispirazione marxista viene spesso gridato lo slogan “no family, no border, no nation”. Sono concetti estremamente liberali che vengono fatti propri dai marxisti, mostrando la sovrapposizione delle due ideologie. In nome di un estremismo individualistico utopico.

Perché utopico?

Perché non corrisponde alla natura del uomo. Che è innata e non muta, anche se cambia la società. L’uomo non è un mero animale che vive solo di cibo e istinti sessuali. Tutti noi abbiamo una vocazione sociale, cerchiamo rapporti non solo sessuali ma anche e soprattutto di fedeltà. Non puntiamo solo a riprodurci, ma a dare ai figli la stabilità che permetta loro di crescere serenamente.

Cosa si aspetta per il futuro?

Il fallimento della società fondata su questi paradigmi. Quello in corso è un progetto, anche economico, a breve termine. Finirà per creare non una società ma un insieme di individui emancipati, concorrenziali e infelici. Per fare grandi progetti sarebbe necessario cambiare totalmente rotta. Investedno sulla stabilità e sulla crescita felice delle nuove generazioni.

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