Gli studenti di «Antarès» e quelle lezioni di cultura antimoderna

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1 Luglio Lug 2016 01 luglio 2016

Nata da un gruppo di universitari, la rivista è un raro esempio di impresa intellettuale

Gianfranco de Turris

Come tutti (eccetto forse il ministro Franceschini) ben sanno, la cultura in Italia non se la passa bene, e mi riferisco a quella letteraria, a quella dei libri, delle riviste, delle biblioteche, delle case editrici. Si dice che i grandi festival letterari, filosofici, storici et similia attraggano moltissime persone, soprattutto giovani, ma non se ne vedono poi le positive ricadute nelle librerie e nelle edicole. E se il motivo profondo di questa endemica crisi non fossero i prezzi troppo alti dei libri, né la concorrenza della Rete e del libro elettronico, né la disaffezione alla lettura delle generazioni nate a cavallo fra i due secoli, ma fosse qualcosa di inconfessabile? E cioè che la cultura italiana festival e premi, pagine culturali dei quotidiani e le rare trasmissioni tv non è ormai altro che una «partita di giro» dove parlano e ascoltano soltanto gli amici degli amici? Sicché letto o sentito uno si sono letti e sentiti tutti? Sta di fatto che la nostra cultura sta agonizzando, pur se non vuole ammetterlo, perché ha paura di imboccare strade anticonformiste, controcorrente, indagando territori inesplorati spesso per astratti motivi ideologici o per la sindrome del politicamente corretto.

Ebbene, cinque anni fa un giovane e incosciente editore, Tommaso Piccone della Bietti, rilevò o meglio adottò la pubblicazione amatoriale di alcuni universitari guidati da Andrea Scarabelli che gravavano intorno alla cattedra di Storia della Filosofia del professor Davide Bigalli presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Milano. Il periodico che circolava nell'ateneo si chiamava Antarès (con l'accento chissà perché) e aveva come sottotitolo Prospettive antimoderne. Ah, i soliti giovani reazionari fuori dal tempo, dirà qualche vecchio intellettuale rimbambito. Ma costoro non hanno capito un accidente di quanto succede loro intorno, fossilizzati come sono in schemi sorpassati. Il progresso tecnologico ci galoppa sotto il naso, ma non tutti pensano che sia il Bene Assoluto, per fortuna. Il bello della questione è che il giovane editore ebbe la l'idea di portare la testata dall'ambito universitario verso più ampi orizzonti e ambizioni, trasformandola in una vera e propria rivista: sicché fece stampare Antarès a 60-80 pagine illustrata in bianco e nero (da Alessandro Colombo e Marzia Parini) e con la copertina a colori e la distribuì nelle maggiori librerie non in vendita, ma offrendola gratis al pubblico...

I primi fascicoli di Antarès, specie il «numero zero», sono ricercati dagli amatori e pagati a carissimo prezzo, anche se, è bene ricordarlo, la rivista può essere scaricata sempre gratuitamente da antares@edizionibietti.com. La Bietti, giunta al traguardo dei cinque anni, ha avuto l'ottima pensata di riunire tutti i fascicoli dal 2011 al 2016 e di riunirli con adeguata copertina «esoterica» (riproduce l'Archéomètre di Saint-Yves d'Alveydre...) in un volume-mammut di 730 pagine, mettendolo in vendita in una tiratura numerata da amatori al prezzo, decisamente modico, di 29 euri, ordinabile all'indirizzo prima ricordato.

Dieci fascicoli, dunque, dal n.0 al n.9: oltre 250 articoli e racconti, di più di 150 autori che si occupano di personaggi e argomenti decisamente controcorrente, il che non vuol dire stravaganti o per pochi eletti, ma semplicemente non conformi al Pensiero Unico dominante e presentati da un punto di vista altrettanto non conforme, cioè il sottile filo rosso della antimodernità. Basti pensare che i fascicoli di maggior successo sono stati quelli dedicati ad argomenti di letteratura fantastica: dai due grandi demiurghi del genere, H.P. Lovecraft (il n.0 esauritissimo e il n.8) e J.R.R. Tolkien, i padri della Mitologia di Cthulhu e della Terra di Mezzo che hanno uno stuolo di seguaci ma che erano... antimoderni, nonostante il gioco delle tre carte di qualche intelligentone che vorrebbe convincerci del contrario. Non sono mancati numeri monografici ampi e approfonditi sulla Modernità occulta, sui Miti della fantascienza, su Walt Disney, i suoi fumetti, cartoni animati, idee e progetti, sul Paradosso romeno dedicato a Eliade, Cioran e altri scrittori meno noti, ma non per questo meno significativi. Ma non ci si è limitati alla cultura dal punto di vista letterario. Troviamo anche un esame politico, economico, sociale ed esistenziale dell'impero USA (America! America?), gli economisti eretici e la sovranità monetaria (L'altra faccia della moneta), la filosofia del camminare contrapposto al correre (Il pensiero in cammino) e la critica metafisica del nostro tempo (Un'altra modernità).

Inoltre sulle pagine della rivista, 730, hanno trovato spazio autori noti ed esordienti, di diverse generazioni e orientamenti, da Giulio Giorello a Franco Cardini, da Giorgio Galli a Quirino Principe, da Marcello Veneziani a Costanzo Preve, da Liviu Bordas a Andrj Plesu, ma anche Luca Gallesi, Giuseppe Lippi, Stenio Solinas e altri ancora. Senza dimenticare che, oltre a importanti inediti (di Eliade, Lovecraft, Cioran) Antarès ha dato anche spazio alla narrativa inedita, ospitando in ogni fascicolo tre o quattro racconti, appositamente scritti, che si ispirano al tema di quel numero. In attesa ora di leggere gli Antarès dedicati a Bukowski e a Borges. Tutti antimoderni? Certo, amici miei che ancora vi torcete le budella sul fatto che essere antimoderni e parlare di mito vuol dire essere... «fascisti»!

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