Come rigenerare le cartilagini

19 Febbraio Feb 2017 19 febbraio 2017

L'impianto delle protesi può avvenire nel rispetto delle strutture

Luigi Cucchi

II danni cartilaginei sono all'origine di dolori ed immobilità. Crescono con l'età ed incidono sulla qualità di vita. La cartilagine ricopre l'estremità delle ossa articolari e ne permette un miglior scivolamento riducendone l'attrito. Essendo un tessuto non vascolarizzato non ha la capacità autonoma di rigenerarsi. La mancanza di cartilagine rappresenta un problema per tutti i chirurghi ortopedici che da anni cercano valide soluzioni per superarlo. La chirurgia protesica rimane il trattamento di elezione avendo lo scopo di sostituire le parti usurate con protesi di ultima generazione altamente biocompatibili che adattandosi alla anatomia della articolazione grazie ai nuovi materiali e leghe soddisfano anche le aspettative di alta funzionalità dei pazienti più giovani e attivi. Le persone con allergie ai metalli sembrano essere in crescita e oggi per questi pazienti sono disponibili protesi con superficie in ceramica. Negli stadi più precoci è possibile intervenire con terapie farmacologiche. Chiediamo al dottor Giuseppe De Rito, responsabile dell'ortopedia del Centro Santa Maria Maddalena di Occhiobello, Rovigo (www.giuseppederito.it) quali sono le tecniche di ultima generazione per la cura dei danni cartilaginei.

«Negli anni le procedure che più si sono consolidate nel ripristino della cartilagine sono state: l'abrasione, la perforazione e le microfratture che si basano sul concetto di autoriparazione del danno, con risultati scadenti dal punto di vista della rigenerazione di vero tessuto cartilagineo. Il trapianto di condrociti autologhi o osteocondrale con allograft; offrono discreti risultati ma sono costosi, con indicazioni limitate, richiedono inoltre due interventi. Sicuramente il futuro è rappresentato dall'utilizzo delle cellule staminali, in particolare cellule mesenchimali, cioè cellule umane ottenute dal midollo osseo o dal tessuto adiposo. Hanno una notevole capacità di dar origine a cellule simili di quel tessuto. Inoltre le cellule mesenchimali hanno una notevole capacità proliferativa sia in vivo, successivamente all'innesto, sia in vitro, in coltura, conservando un potenziale multilineare». Positivi i risultati ottenuti.

Come si esegue il trapianto delle cellule? «Nel mio centro abbiamo perfezionato una tecnica semplice di utilizzo in anestesia locale in un unico tempo operatorio. Dopo l'anestesia si effettua nella zona addominale o della coscia l'aspirazione di 60cc di tessuto adiposo del paziente. Il grasso recuperato viene processato attraverso un apposito kit monouso. Il materiale, pulito e purificato dai residui, assume una consistenza liquida. Finito il processo, della durata di pochi minuti, vengono isolate le cellule mesenchimali pronte per essere iniettate. Inizia così la loro attività. Con l'aggravarsi della patologia sarà bene valutare un intervento, totale o parziale, di protesi». Quali sono i vantaggi della chirurgia protesica? «L''avvento di tecniche mini invasive sta diminuendo sempre più i tempi di ospedalizzazione dei pazienti e il loro ritorno alla vita quotidiana permettendo addirittura la pratica di sport fino a qualche anno fa impensabili. Perché questi interventi sono considerati mininvasivi? «Non si tratta solo di cicatrici più piccole, la vera mini-invasività è il rispetto delle strutture articolari, tendinee e muscolari che circondano l'articolazione, così il paziente potrà tornare a condurre una vita soddisfacente e priva di dolore». Per questo si diffondono queste metodiche.

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