Come sarebbe muto il mondo senza dita L'uomo parla prima a gesti, poi con le parole

Come sarebbe muto il mondo senza dita L'uomo parla prima a gesti, poi con le parole
16 Marzo Mar 2017 16 marzo 2017

Scegliamo, tanto per cominciare, il gesto del pollice al naso nel quale il pollice tocca la punta del naso e le dita si aprono a ventaglio. Nella versione corrispondente dello stesso gesto, il pollice dell'altra mano tocca il mignolo della prima e, a voler largheggiare, si possono anche agitare le dita, sporgendo la lingua in una smorfia di derisione.

Il gesto è noto in tutta Europa e non ha alcunché di ambiguo (a differenza, per esempio, di quello del pollice in su, che può essere pericoloso per un autostoppista inglese su certe moderne strade maestre nel sud).

L'operazione ha in inglese molti nomi: prendere la doppia mira, fare il ventaglio della regina Anna, fare pancetta. Da bambino io lo conoscevo come «fare pancetta grassa», un modo di dire stranamente dimenticato da un libro, fresco di stampa, che dovrebbe ricordarli tutti (Gestures: their origin and distribution, di Desmond Morris, Peter Collett, Peter Marsh, Marie O'Shaughnessy - Jonathan Cape, Edit.). In Inghilterra sembra stia scomparendo. L'ultima volta lo vidi fare in pubblico, negli anni Sessanta, da Quintin Hogg, a un comizio politico: la versione con una sola mano, accompagnata da un saltello. I bambini inglesi lo hanno sostituito con il segno della «V».

Esistono due modi per biforcare in aria un paio di dita - l'uno mostrando il palmo, l'altro nascondendolo. Quest'ultimo è un incontestabile insulto, e Churchill, nel presentare (esortato dall'avvocato belga Victor de Lavelaye) il segno della vittoria, nel 1941, non si rese conto, a tutta prima, del significato osceno della versione con il dorso della mano. Qualcuno dovette dire, a quell'uomo di mondo, notevolmente ingenuo, che non doveva andare in giro facendo il gesto «te lo metto» (potete immaginare dove) agli amici ed alleati, dopodiché egli voltò la mano. La signora Thatcher, in una fotografia riprodotta in questo libro, fa molto allegramente il gesto del «te lo metto» in un momento di piccolo trionfo. Molto lavoro è stato concentrato nel manuale, che tratta dell'interpretazione culturale di venti gesti selezionati. Vi sono cartine costellate da circoli che ne rappresentano la frequenza. Così, se ci si bacia la punta delle dita per esprimere lode, apprezzamento, adorazione (come nella Chirologia o discorso della mano di John Bulver, stampata nel 1644, con la didascalia «O. Adoro», sull'illustrazione di un rapito cavaliere che si bacia le dita), si sarà meglio apprezzati in Francia, in Spagna e in Germania che non in Italia, Sardegna, Sicilia o Gran Bretagna. Servitevi del gesto come di una forma di saluto, e il profondo Sud europeo capirà che cosa intendete. (...)

Questo libro è ovviamente soltanto un inizio: rimane ancora molto da fare nell'individuazione di tutte le varietà di comunicazione non verbali da cui ogni persona che abbia un po' viaggiato, o soltanto vissuto a lungo, è senza dubbio rimasta affascinata. Per parte mia, come romanziere obbligato a inventare lunghi brani di dialogo, sono ben consapevole di quanto i miei personaggi stiano facendo con il proprio corpo, oltre che con la lingua. Eppure, dispero di potere mai riuscire a mettere qualcosa della loro gestualità sulla carta: il guizzo istantaneo di una spalla, o l'incresparsi di una bocca, richiedono troppe descrizioni.

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