Non solo "Arancia meccanica" Riscopriamo il genio di Burgess

Non solo Arancia meccanica Riscopriamo il genio di Burgess
16 Marzo Mar 2017 16 marzo 2017

Lo scrittore inglese in Italia è quasi dimenticato, romanzi come "Gli strumenti delle tenebre" non si stampano più

Ha ottant'anni ed è pieno di voglie. Kenneth Marchal Toomey è uno dei personaggi più affascinanti della letteratura occidentale del tardo Novecento. Consapevolmente pingue, romanziere provocatorio e di successo (ma «ho smesso dodici anni fa»), adorabile checca che eccelle nell'arte del pettegolezzo, giunge come il suo creatore da quella stirpe di scrittori eccelsi ed eccentrici che va da Jonathan Swift a Thomas De Quincey fino a sbocciare in William Somerset Maugham, sul cui profilo ha dichiarato l'autore è stato sbalzato. «Saranno state poco dopo le quattro pomeridiane di un giorno di giugno a Malta il 23 per l'esattezza», cioè il giorno in cui Kenneth compie 81 anni, «ed ero a letto con il mio amasio quando Alì mi annunciò la visita dell'Arcivescovo». Amasio sta, in modo più ignobile, per amante. Nell'incipit di questo libro enciclopedico (700 pagine) e pazzesco (graffio d'autore: «inizia verso il 1917 e termina nel 1971, racchiudendo quindi un'epoca in cui, pare evidente, il male si è manifestato nelle questioni umane in modo più spettacolare di quanto abbia mai fatto prima nella storia mondiale»), dal titolo bellissimo, Gli strumenti delle tenebre (che in lingua originale tuona Earthly Powers), c'è tutto il dannato genio di Anthony Burgess. L'arte del grottesco l'ottantenne a letto con il giovinetto la tensione verso il sacro il romanzo è un lento, lungo, feroce avvicinamento alla canonizzazione di Carlo Campanati come papa Gregorio XVII e il desiderio di dissacrare le sacre verità. Strepitoso Burgess, che ha fede nell'assolutismo della Curia («Il compito della Chiesa cattolica oggi è grandioso. Deve assolvere la sua missione nel mondo difendendo i valori spirituali senza accettare alcun compromesso con concezioni ideologiche e filosofie che intaccano i suoi principi. Mescolare l'olio e l'aceto è impossibile», dichiara a il Giornale, 14 dicembre 1978), che si dice «Cattolico Giacobino Imperialista Monarchico» quindi «sostanzialmente anarchico» e che traccia così il ritratto del suo lettore ideale: «dev'essere un cattolico decadente, un musicista fallito, daltonico, della mia età e che abbia letto tutto quello che ho letto io». In sostanza, Anthony scrive per sé solo.

Egocentrico dalla zazzera leonina, Burgess, che quest'anno fa 100 anni (se ne è andato nel 1993), «è considerato uno dei maggiori scrittori inglesi contemporanei» (così la quarta di un suo romanzo qualsiasi), di certo uno dei più influenti. Eppure, in Italia non lo si legge più. I libri di questo poligrafo che sfotteva Vladimir Nabokov («dicono che io sia il Nabokov inglese. Una sciocchezza: Nabokov è un dandy su scala internazionale, io sono ancora un ragazzone di provincia che ha paura di essere vestito in modo troppo sciatto. Tutto in Nabokov è artificiale, è una recita»), si ubriacava con William S. Burroughs ed era devoto a James Joyce non si ristampano più.

La banalizzazione editoriale odierna ha relegato Burgess, autore sterminato, nel ring di Arancia meccanica. Per carità, quello, A Clockwork Orange, uscito nel 1962, è il capolavoro di sconcertante potenza, esploso con il film di Stanley Kubrick, che da un lato inscena la ferocia gratuita, graziata, dall'altro la ragione di Stato, altrettanto violenta, in una società sorretta dal ghigno e dal sopruso. Ma quello non è certo l'unico né il più bello tra i libri di Burgess. Che fine ha fatto L'antica lama, per dire, dove il mito di Excalibur è traslato nei tempi moderni, tra Stalin e Churchill, e Un cadavere a Deptford, che è uno scherzo sulla vita tragica di Christopher Marlowe ambientato nell'Albione elisabettiana, e Il seme inquieto, una visione fantascientifica di un futuro che è ora, dove lo Stato orwelliano invoglia all'omosessualità e alla sterilizzazione e fa mercato sui morti, oppure 1985, che è una riscrittura cinica di 1984 di Orwell? Niente. Non c'è più niente.

Dell'autarchico Burgess, uno degli scrittori più dirompenti del Novecento, di tracotante intelligenza, che odiava le idiozie del tempo presente («disprezzo tutto ciò che è effimero ma imposto come qualcosa che ha un valore ultimo. I Beatles, ad esempio»), italiano per parte di moglie (Liliana Macellari, nata a Porto Civitanova, unita a Burgess dagli anni Sessanta), in Italia non c'è più nulla. Neppure, appunto, quel capolavoro di stile che è Gli strumenti delle tenebre, in cui Burgess tenta «di dimostrare l'azione del potere diabolico o divino» nella Storia, così pieno di vita che potrebbero farci una fiction da un migliaio di puntate, dove appaiono, come fiamme, sullo sfondo degli intrighi vaticani e di un Papa che giura di sconvolgere l'architettura curiale vi ricorda qualcuno? i protagonisti del secolo, da Rudyard Kipling a Benito Mussolini, descritto mentre firma i Patti Lateranensi, da Joseph Goebbels impegnato nella propaganda pro-nazi a Ezra Pound, alla città di Roma che è oggi come era ieri, «la fogna della storia, una fogna a cielo aperto».

Burgess, che tuttavia in patria è onorato come si deve (ornato da un sito molto ben fatto, www.anthonyburgess.com, da dove ci avvisano che in giugno la Manchester University Press farà uscire altri due tomi dell'opera omnia di Burgess), si è costruito uno stuolo di nemici che ora, a cadavere ben frollato, si vendicano. «Se Arancia Meccanica può corrompere, perché non lo possono fare la Bibbia e Shakespeare?», rispose Anthony a chi lo accusava, con il suo romanzo, di aizzare i ragazzotti alla furia civica. «Forse una persona può vedere Amleto e poi uccidere il proprio zio? Sto iniziando ad accettare il fatto che, in quanto romanziere, appartengo al rango dei pericolosi».

Per disinnescare il pericolo insito in ogni grande opera, basta smettere di stamparla. Così si silenzia il genio.

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