«Forza Vesuvio», leghista condannata

17 Marzo Mar 2017 10 giorni fa

Venti giorni di carcere a una consigliera di Monza. «Solo una boutade»

La pena è simbolica, ma il simbolo in questo caso vuole dare un messaggio. Donatella Galli, ex consigliera provinciale di Monza e Brianza, è stata condannata dal Tribunale di Monza a venti giorni di carcere con pena sospesa e a un risarcimento appunto simbolico di un euro. Il reato che viene contestato alla politica leghista risale al 2012. Quando Galli scrisse sul proprio profilo Facebook la frase giudicata razzista «Forza Etna, Forza Vesuvio, Forza Marsili (il vulcano sommerso che insidia la Calabria tirrenica, ndr)». Accanto un'immagine dell'Italia tagliata in due a un altro commento: «Il satellite vede bene. Difendiamo i confini». Un'uscita che suscitò un putiferio politico e anche una denuncia in Procura. Ieri l'epilogo del processo di primo grado.

«Ricorreremo certamente in Appello - spiega il legale dell'imputata, l'avvocato Maurizio Bono -, perché dal mio punto di vista il fatto non costituisce reato. Galli aveva postato quella frase all'interno di un gruppo privato di amici sulla sua bacheca Facebook. È stata una boutade». Poi il difensore ha sottolineato: «Qualcuno ha preso senza il suo consenso quel post e lo ha divulgato in Rete, poi è stato aperto un profilo falso a suo nome, dove sono state pubblicate altre frasi indicibili. Abbiamo denunciato immediatamente la cosa in Procura, ma Facebook ha rifiutato di fornire l'identità dell'autore del profilo fake e le indagini si sono arenate». Quando è stata sentita al processo, Donatella Galli aveva dichiarato di essere «profondamente ferita da quanto accaduto perché quel post era una battuta tra amici, per chi mi conosce e sa che tipo di persona sono».

Soddisfatto l'avvocato napoletano Angelo Pisani, che nel 2015 era presidente della Municipalità di Scampia e aveva sporto denuncia contro la consigliera della Lega: «Una grande lezione di dignità e giustizia anche a chi fomenta le piazze e seminando odio e violenza», commenta. Il giudice ha dato ragione all'accusa, che nel capo di imputazione aveva sostenuto che Galli propagandava «idee fondate sulla superiorità razziale ed etnica degli italiani settentrionali rispetto ai meridionali e commetteva atti di discriminazione razziale ed etnica fondata sulla superiorità sopra indicata».

CBas

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