I poliziotti sul caso Cozzi: «Il pm insabbiò l'indagine»

17 Marzo Mar 2017 17 marzo 2017

Gli agenti che hanno indagato sul primo omicidio accusano: la seconda vittima poteva essere evitata

Luca Fazzo

Non ci venne permesso di indagare, dicono i poliziotti. Sul megaschermo nell'aula della Corte d'assise scorrono le immagini gelide di un uomo a torso nudo, steso sulla moquette bianca macchiata di sangue; e del coltellaccio che penetrò nel cuore e nei polmoni dell'uomo. Sul banco degli imputati Alessandro Cozzi, un tempo volto noto della tv, specialista delle tecniche di selezione del personale: che quell'uomo è accusato di avere ammazzato. Era il settembre del 1998, il morto era il socio in affari di Cozzi, Alfredo Cappelletti. La vicenda fu archiviata come suicidio. Eppure, dicono ieri in aula i poliziotti, era palese che un suicidio non era.

Il capitolo si è riaperto nel 2011, quando Cozzi è stato arrestato per avere ucciso un altro socio in affari, Ettore Vitiello: e le «assordanti analogie» tra i due delitti hanno costretto la Procura a tornare a indagare anche sulla morte di Cappelletti, su quel suicidio cui la famiglia non aveva mai creduto. Ieri in aula si scopre che i familiari non erano i soli a considerare inverosimile che l'uomo si fosse ammazzato. Anche i poliziotti che per primi arrivarono in via Malpighi, nella sede della Innova Skills, colsero al volo che troppi dettagli non stavano in piedi. Ma la richiesta di indagare sul serio, mettendo sotto controllo i telefoni di Cozzi e di tutti gli altri protagonisti, si insabbiò in Procura. L'inchiesta finì prima ancora di iniziare. La conclusione è inevitabile: se davvero fu Cozzi a uccidere Cappelletti, se fosse stato arrestato allora, non solo si sarebbe fatta giustizia ma si sarebbe salvata anche una vita umana: Ettore Vitiello, il socio ucciso da Cozzi nel 2011, sarebbe ancora tra noi.

Il primo a sedersi sulla sedia dei testimoni è l'ispettore Antonino Nucera, uno dei veterani della Squadra omicidi di Milano. «Abbiamo ricostruito la personalità di Cappelletti, e non era quella di chi si suicida», racconta l'ispettore, «gli affari andavano bene, aveva appena programmato un viaggio». E poi, chi è che prima di uccidersi va a dal barbiere e fa il pieno all'automobile? Mentre, racconta Nucera, «capimmo subito che Cozzi non diceva la verità. Per noi non era un suicidio», dice l'ispettore. La Squadra mobile chiese di intercettare tutti i telefoni, «per noi era essenziale», ma l'autorizzazione non arrivò mai. Il pm dell'epoca non trasmise neppure la richiesta al giudice, rivela in aula il nuovo pm, Maurizio Ascione.

Subito dopo, ancora più esplicito, il poliziotto Luigi Cattaneo, che all'epoca lavorava alla Scientifica, e fece i rilievi sul corpo e nei locali. «La macchia di sangue più importante, prodotta da una repentina uscita di sangue, era a destra del corpo: e questo non era logico, perché la ferita era sul lato sinistro. La cosa era palesemente dubbia». Unica spiegazione: il corpo era stato spostato. «Vede - continua Cattaneo -, i suicidi a Milano sono così tanti che di solito non stampiamo nemmeno le foto, conserviamo i negativi. Io in questo caso le foto le volli stampare. E chiamai il medico legale perché la cosa non era assolutamente chiara». Perché, allora, la versione ufficiale imboccò senza tentennamenti la strada del suicidio? Lo fa capire bene Elisabetta Cappelletti, la figlia del morto, che arrivò nell'ufficio accompagnata da Cozzi per cercare il padre che non rispondeva. «Cozzi si affacciò prima di me alla stanza del papà. Guardò dentro e disse subito: l'ha fatto, l'ha fatto. E mi fermò per non farmi vedere».

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