Inetti, bellocci, vuoti I nuovi mostri della cultura italiana

Inetti, bellocci, vuoti I nuovi mostri della cultura italiana
18 Marzo Mar 2017 18 marzo 2017

Il critico Colasanti diventa cattivo (anche con se stesso) e svela i vezzi degli intellettuali

Uno legge La Magnifica e pensa a un dipinto preraffaellita o a un vortice di creature celesti e marine sospese sul mare di Circe (Aristide Sartorio). Invece è un'altra cosa, una specie di volgare contrario. Intanto è il titolo del romanzo di Arnaldo Colasanti edito da Fazi (pagg. 234, euro 17,50), e poi la Magnifica sta per la zona business class dell'Alitalia, volo intercontinentale che si appresta a prendere un branco di scrittori italiani, alla volta di NYC. È il premio al loro cinismo, stupidità, ingenerosità... ammantato dalla pezza di: cultura, letteratura (quella che vale).

La Magnifica, con le poltrone da dentista o per fare l'ecocolordoppler. Colasanti, ex ragazzo studioso nella immensa biblioteca dell'abbazia di Farfa, ex agitatore critico della rivista Braci, ex commentatore critico letterario a Uno Mattina, per 180 euro lordi «e per rimanere a galla» come dice lui, e ancora ex scrittore di libri criticonarrativi dove, però, «le maschere» non erano mai cadute, ora sempre Arnaldo Colasanti si strappa la super maschera ecumenica e diventa cattivo compilando un romanzo cattivo ambientato nella sala di attesa dell'aeroporto Leonardo da Vinci prima di intraprendere il fatidico volo quale premio in terra d'America per la letteratura italiana e, dunque, per gli scrittori italiani.

Colasanti si trasforma in mostro tra i mostri, inetto tra gli inetti. «Sono vissuto solo per tutta la vita. Ho corso tanto, senza meta. Se cerco di sfogliare nella memoria di questi anni, mi vedo stanco, in giro qua e là, un borsone di libri e di temi da correggere e la vescica piena, mentre so che mi sto pisciando addosso...». Colasanti va in viaggio con il Professorino che è un intellettuale stitico e privo di globuli bianchi e rossi, va con l'Esordiente belloccio che ha vinto il più importante premio letterario italiano ed è il prototipo perfetto uscito dalle batterie della scuola di scrittura: è figo, fico e figa dai jeans al capello scomposto. Colasanti va con la Puerpera che è incinta e il suo maritino servo, va con la Spilungona che sostiene la vera dominatrice e padrona e dittatrice del viaggio: la Vecchia, colei che ha occhi di ranarospo, che incespica, che sonnecchia ma tiene tutti stretti per i coglioni. Se fosse tutto così il romanzo sarebbe ironicofarsesco e punto. Invece Piero Aprile, alter ego del Colasanti e dunque scrittore prossimo anche lui all'imbarco, si impegna in un'opera demolitoria della sua vita e del mondo che ha attraversato - ricevendone le stimmate di un marchettaro non pasoliniano -, talmente pornografica, cattiva, quindi vendicativa, da assumere il sigillo della Grande Novità. La novità che consiste in una sorta di Conversione letteraria ed esistenziale.

Colasanti abbandona la lingua teologale e ispirata e si tuffa nella bassezza di un idioma contaminato e sfiancato dalla conoscenza di una vita nova che non gli sovviene da Dante bensì dal mondo con lui infangato dalla testa ai piedi: le creature amorose non si incontrano e mischiano il sangue nell'antico rito dello sverginamento ma nello stupro; dunque muore la sensualità e vince il bisogno del branco; quindi: non più la nudità ma la pornografia. Non c'è salvezza. Solo immoralità, talenti sciupati, cortigianeria, tradimento, adulterio, macelleria estetica (eppure il remoto censore cattolico, in questo romanzo, respira con l'ossigeno però non è morto). Il mondo letterario e non, personale e non, si riduce a miasmi, a amplessi tra cadaveri imbellettati di tecnologia e grassi industriali.

La Magnifica ha parentele ribaltate con Preghiere esaudite di Capote e Una vita di Svevo. Non vi annoio a spiegare. Ma c'è un punto nevralgico (non so se di non ritorno) che Colasanti tocca e sul quale scommette come scrittore e uomo. Staccandosi dalla croce dello studioso contemplativo e solitario, guardato pietosamente dalla madre morta giovane, Colasanti attraversa il mondo sporcandosi fino dove è immaginabile annusare il fetore della merda.

Colasanti, è lui stesso che si crocifigge mettendo in discussione il Paradiso, si è inerpicato per la salita della cattiveria, cioè quella della Storia e del mondo, abbandonando la fedeltà alla Leggenda, che è pura ferocia, che è dote cristianissima e non cattolica; che sta per la guerra e la gloria contro l'ambizione del mondo e di chi lo abita che parteggiano invece per la Vittoria.

Ecco, La Magnifica è la storia di un nuovissimo narratore che racconta la propria sconfitta, sua e di quel mondo che ha abitato e vissuto pur, ancora cattolicissimamente, affermando a proposito del romanzo: «È una disputa sulla verità». La domanda comunque è la seguente: ora potrà mai tornare indietro a cavalcare il cavallo selvaggio della Leggenda? Quell'animale che abita l'Eden?

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