La signora Tolstoj si vendica del marito padrone

18 Marzo Mar 2017 18 marzo 2017

Daniele Abbiati

Non è difficile immaginare quanto fosse duro il mestiere di moglie di Lev Nikolaevic Tolstoj. Entrare alle dipendenze (e restarci per 48 anni!) di quel capo irascibile, dispotico e misogino che prendeva tutto per sé e agli altri lasciava soltanto le briciole, non si rivelò nel 1862, per la signorina Sof'ja Andreevna Bers, un affare, dal punto di vista della qualità della vita. Anche perché, morendo nel 1919, le entrate dei diritti d'autore se le godette per soli nove anni. Ma, diciamolo sottovoce altrimenti le signore insorgono, anche essere il marito di Sof'ia non era una passeggiata di salute.

«In estate (del 1895, ndr) aveva soggiornato da noi un famoso compositore, nonché eccezionale pianista (Sergej Ivanovic Taneev, ndr). Trascorreva la sera giocando a scacchi con Lev Nikolaevic e poi, su richiesta di tutti noi, spesso si metteva a suonare il pianoforte. Ascoltando la straordinaria musica di Beethoven, Mozart e Chopin nella sua eccellente esecuzione, mi dimenticavo per un momento del mio dolore lacerante e aspettavo morbosamente la sera quando avrei riascoltato quelle note meravigliose». Così scrive la contessa nella «Breve autobiografia» posta in calce ad Amore colpevole, il romanzetto con cui consumò postumamente la sua prima vendetta nei confronti del marito. Il sottotitolo spiega tutto: «A proposito della Sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj». Sonata a Kreutzer è il racconto lungo del 1889 in cui Tolstoj teorizza (ma teorizza soltanto, vista la numerosa figliolanza) la castità nel matrimonio, e in cui la consorte della voce narrante fa una pessima fine: «con tutte le mie forze la colpii con il pugnale nel fianco sinistro, vicino alle costole». Ebbene, Amore colpevole ribalta la situazione, non nel senso che a lasciarci le penne è l'uomo, ma nel senso che a prendere la parola è la donna, la quale racconta, e sostiene lecitamente, per carità, le proprie ragioni di femmina trascurata.

Trascurata e innamorata di un altro. Come conferma la seconda opera narrativa di Sof'ja, Romanza senza parole, che ora per la prima volta possiamo leggere in italiano (La Tartaruga, pagg. 160, euro 15, traduzione di Tiziana Elsa Prina). Anche qui l'autobiografia la fa da padrona. E sempre punzecchiando il vecchio leone accusato, per l'interposto personaggio Pëtr Afanasjevic, marito di Alexandra Alekseevna detta Saa, di: 1) essere fissato con il vegetarianismo; 2) essere insensibile alla musica; 3) pensare soltanto al suo orto; 4) incazzarsi come una iena quando subisce il minimo furtarello. In sostanza di essere un borghesuccio che predica bene e razzola male. Anche leggendo Romanza senza parole, storia rivendicativa già nel titolo preso a prestito dalle Romanze di Mendelssohn che il pianista di turno, secondo alter ego del fascinoso Tanaeev, esegue in modo così seducente, laddove Sonata a Kreutzer è un omaggio a Beethoven, toglietevi dalla testa il lieto fine. Perché Sof'ja non era una romantica sognatrice, bensì una donna orgogliosa, persino dei propri errori di valutazione in fatto di uomini.

Sof'ja Andreevna Tolstaja era una leonessa. In gabbia, ma pur sempre una leonessa. Guai a chi la sfruculiava, fosse anche il re della foresta letteraria.

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