I ricchi hanno un'anima Un romanzo osa raccontarla

I ricchi hanno un'anima Un romanzo osa raccontarla
19 Marzo Mar 2017 8 giorni fa

"L'animale notturno" di Andrea Piva ha il coraggio di rivelare l'aspirazione ai soldi, senza demonizzarla

Vittorio Ferragamo non sa come, ma vuole diventare ricco. In un mondo in cui la difficoltà maggiore sembra essere quella di avere dei desideri, di sapere ciò che si vuole dalla vita, Andrea Piva ci racconta la storia di un uomo che un obiettivo ce l'ha, e chiaro, anche se non sa bene come realizzarlo. Il protagonista de L'animale notturno è uno sceneggiatore fallito, non perché manchi di talento, bensì perché la sua concezione non trova spazio in un mondo in cui l'unica possibilità per sfondare nell'arte è il conformismo. Così, invece che fare il leccapiedi o adeguarsi e diventare complice della paccottiglia culturale «talmente massiva e invadente che plasma la realtà in una forma incompatibile alla ricezione delle cose più evolute» sceglie di salvaguardare ciò che più di tutto rende un artista realmente tale: il coraggio.
L'abilità di Piva consiste nel costruire un personaggio del tutto amabile, seppure sfacciatamente materialista. L'autore squarcia l'ipocrita velo di Maya con cui sembra sia necessario nascondersi per rimanere dei veri intellettuali: rinnegare il valore del denaro per essere puri di spirito, come se il peso dei soldi in tasca ancorasse a una materialità da cui è impossibile comprendere l'arte. Quando invece, senza una buona dose di realismo e di conoscenza dei bisogni reali, della verità che l'Arte aspira a conoscere non si percepiscono neanche i contorni. In un sistema in cui «tutti pensiamo più che altro ai soldi nelle nostre vite», il mondo intellettuale ancorato a un sistema di pensiero economico fermo al marxismo si schermisce e, convincendosi che il suo scopo è quello di rimanere indenne dalle leggi del mercato, si rifugia in un Parnaso fasullo.
Il merito del romanzo di Piva è quello di mostrare che diventare ricchi non comporta nessuna corruzione dell'anima. Vittorio è un uomo onesto, lo era quando faceva lo sceneggiatore ed era acclamato dal sistema culturale, lo è rimasto quando quello stesso sistema che lo aveva osannato lo ha messo ai margini e soprattutto è onesto quando conta esserlo ed è più difficile. Infatti la purezza che va tanto di moda in questo periodo storico politico, come valore superiore e ineguagliabile, non a caso viene strumentalizzata per accaparrarsi il consenso di chi non ha mai neanche potuto immaginare di sporcarsi le mani. È solo quando il denaro lo si ha e lo si fa girare che l'onestà diventa un valore reale e non uno stendardo dietro cui far correre chi i soldi li desidera, ma non riesce a farli. Troppo facile sfogare invidia e frustrazione contro chi possiede ciò che vogliamo anche noi e troppo subdolo da parte della politica e della cultura sfruttare questo infantile malcontento popolare e scagliarsi contro il potere e la ricchezza, di default.
Invece non è facile fare soldi, neanche per Vittorio Ferragamo, che diventa ricco nel modo apparentemente più semplice e impossibile: grazie a una serie di colpi di fortuna. Infatti per essere graziato dalla dea bendata il personaggio creato da Piva deve abbandonare e abbandonarsi. Deve mettere da parte l'idea grandiosa che ha di sé in quanto scrittore di sceneggiature di qualità. Deve smettere di pensare che ciò che ha da dire sia necessario al mondo, che le storie che racconta servano addirittura a rendere il nostro Paese più consapevole, un posto migliore. E deve abbandonarsi alla casualità, al rischio di non avere più i soldi per pagare l'affitto del suo costosissimo appartamento romano e dover tornare a casa di sua madre, che non sopporta, nella sperduta campagna calabrese.
Già, perché Vittorio sa che per scrivere una sceneggiatura di successo, per avere il favore del pubblico, l'arretratezza e il folklore del Sud Italia sono ingredienti sempre vincenti, ma quando si tratta di viverci davvero, la storia cambia. Per realizzare il suo desiderio, come tutti quelli che hanno un obbiettivo e vi dedicano l'esistenza, nel senso che ogni respiro ha valore soltanto se serve ad avvicinarsi alla meta, Vittorio deve abbandonarsi al rischio di fallire. Quando punti tutto, quando ti giochi nient'altro che la tua vita, cioè la possibilità di essere felice, perdere equivale a perdere se stessi. Non ci sono ammortizzatori, né sociali né di altro tipo.
Poi quando ti giochi la vita, così senza pensarci due volte e perché non hai niente da perdere, penetri uno strato di verità che ha a che fare con una condizione di solitudine invincibile. In quello che vogliamo veramente, se sappiamo davvero desiderare qualcosa senza farci ostacolare da moralismi e buonismi di varia natura, siamo completamente soli.
A fare compagnia a Vittorio Ferragamo, infatti, è unicamente l'adorata, meravigliosa Roma, unica compagna dei giorni di disperazione come di quelli di esaltazione pura. Serenamente si paragona ai ratti che la percorrono di notte, dandoci buona prova che il vero coraggio consiste nel realizzare ciò che si desidera e che la prima onestà, richiesta specialmente a un artista, è quella nei confronti di se stesso.

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