Dal Mondial al Centrale: il primo multisala d'Italia

Dal Mondial al Centrale: il primo multisala d'Italia
20 Marzo Mar 2017 20 marzo 2017

I 110 anni del cinema aperto nel 1907 a casa dei Grifi. Fu la meta di chi marinò la scuola almeno una volta

Primo venne il grifo. Ali e testa d'aquila con orecchie di cavallo e corpo di leone. Con strani volteggi che nessuno vide mai, arrivò ad appollaiarsi a metà di via Torino e da lì - sono passati seicento anni - non si è più mosso. D'altronde, non potrebbe. Il felino volatile, sinonimo di custodia e vigilanza, è di pietra. Orgoglioso di rappresentare, con posa rampante, la famiglia che lo adottò. Omonimia convergente. Il suo nome, declinato al plurale, riuniva chi viveva sotto il suo sguardo accigliato. Si chiamava casa dei grifi, perché messer Giacomo, mercante di professione, vi giunse da Varese con donna Caterina e sagace prole. Leonardo. E Ambrogio, che più lombardo non si poteva. Erano gli anni Trenta del '400.

Ai Grifi - o Griffi, la effe suppletiva fu un regalo dell'amanuense - andò meglio a Milano che nella città giardino, dove il loro palazzo fu abbattuto nel 1867. Aveva uno splendido porticato, forse del Filarete, tanto forte è la somiglianza con l'atrio di quella che oggi è la Statale. Ma serviva una piazza d'armi e una caserma. Così ebbero la meglio i demolitori. E nell'attuale piazza della Repubblica a Varese non c'è più traccia di quell'edificio. È rimasta una sola finestra, imballata e custodita nelle cantine di Villa Mirabello, sede dei musei cittadini.

La storica dimora voluta da Ambrogio resistette al massimo splendore fino al 1792. Proprietà di famiglia. Poi la comprò il Comune e iniziò il declino. Quindi, le ruspe. Milano, bigotta e ossequiente, invece ha conservato tutto. Compreso il grifo. Ma come è suo costume, l'ha nascosto. Gelosa di quelle stanze abitate da un letterato e un medico dall'insolito avvenire. Entrambi, Leonardo e Ambrogio, avrebbero lasciato penna e bisturi per fare i diplomatici. Il primo, tra versi e prosa, diventò il cancelliere di Sisto IV. Firmò brevi. Tenne rapporti con gli Sforza. Fece carriera ecclesiastica. E a Benevento si ritrovarono un poeta come arcivescovo. Siccome era astuto e conosceva i meccanismi della diplomazia più delle rime, mantenne i privilegi anche alla morte del papa, guadagnandosi i favori del successore, Innocenzo VIII. Un anno dopo lasciò questa valle di lacrime.

Il fratellino, ambasciatore milanese, ne coltivò il culto e in sua memoria resta l'oratorio di San Leonardo presso la chiesa di San Giovanni sul Muro. Eppure, nessuno fu santo. Né Leonardo. Né Ambrogio - cui pure toccò una cappella in San Pietro in Gessate, per i suoi meriti di archiatra del Moro - e tanto meno gli altri rampolli, cresciuti sotto lo sguardo perentorio del grifo, che immobile rimase. Nei secoli fedele. Quando il casato si estinse - era l'Ottocento - la raffinata dimora divenne un albergo. Non vi dormirono nomi famosi, ma torme di sconosciuti. Il Gran Parigi era un capolinea. Partivano e arrivavano le carrozze per Pavia. Storie dappoco incrociavano speranze. Illusioni si cibavano di sogni. Scendevano poveri e mercanti. Garzoni e vagabondi. L'andirivieni non cessò nemmeno quando l'insegna si spense e il grifo si interrogò sul futuro.

Fu difficile spiegare a un mitologico pennuto che cosa fosse il cinema, ma lo imparò nel tempo. Sentendo il frusciare della pellicola nel proiettore. E notando che mercanti, garzoni, vagabondi e poeti dell'effimero entravano per sognare. Il prezzo per l'incantesimo in celluloide era di 20 centesimi di vecchissime lire. Era il 1907 e nasceva il primo multisala d'Italia. Forse del pianeta. Oggi spegne 110 candeline. Era il cinematografo Mondial. L'odierno nome di Centrale glielo appiopparono nel '42 perché, agli albori del secolo, un'altra sala sotto i portici di piazza Duomo aveva quel nome.

Al Mondial si entrava di soppiatto, in punta di piedi. Un portone anticipava l'ingresso al grande schermo e fu la sua fortuna. Quelle piccole sale, timide e nascoste, erano la casa dei discoli. Marinavano la scuola e, con pochi spiccioli, si acquattavano sulle sedie di legno, ginocchia ranicchiate in bocca e scarpe sul sedile. Era mattina, ma non importava. Il cinema puntò tutto sui matinée. Si apriva alle 10 e i monelli erano già lì. Si guardavano attorno e non vedevano l'ora. C'era anche chi voleva solo stare un po' al caldo. E perfino qualche coppietta. Baci rubati. Al buio. Sotto una cortina di fumo fantasma. E assassino. Le sigarette non erano vietate e nessuno vedeva chi se ne concedeva una di nascosto. Restava l'odore, giustificato dall'aria. Impestata ovunque. Perché ovunque si fumava. E il fedifrago la faceva franca. I più paurosi entravano dal retro. In via Valpetrosa. Vero ingresso di casa dei grifi. I timorati di sé, invece, davanti. Da via Torino. Preistoria del cinema. Ma il precursore dei multisala aveva la vista lunga. Due platee vedevano lo stesso film. In mezzo il proiezionista, un omino giovane ma vecchio all'aspetto, cambiava «pizze», ubriaco di celluloide. All'intervallo qualcuno sfogliava il giornale, riemerso da tasche sonnolente mentre lui si arrabattava con i rulli. E rivedeva per la millesima volta Cary Grant, «sposo di guerra», che finalmente impalmava Ann Sheridan. Il conflitto era finito da poco nella vita e sul set. Era il '49 e l'epilogo della sofferenza era la gioia. Dieci anni dopo si rideva con Totò, Peppino e i fuorilegge. Storia di un buffo sequestro, architettato dal principe De Curtis per fuggire a quell'arpia della ricca e tirchia mogliera. La becera della finzione, Titina De Filippo, aveva smascherato il guappo che si era fatto rapire, facendo chiedere un riscatto pari al suo peso. Così aveva scroccato leccornie pure ai banditi. Dopo i matrimoni si sognavano divorzi. Seppur per gioco. Arrivarono nel '74 ma il Centrale svoltava. Di lì a poco partì la ristrutturazione che ne diminuì i posti. Una sala da 120 e una da 60. La programmazione si diversificava. E la strada del cinema d'essai era imboccata. Emersero titoli storici. Indimenticabili. Era il '79 e, dopo dodici anni, il fascino di Mrs Robinson non aveva smesso di far girare la testa a Ben. Il laureato agitava cuori. Sound of silence faceva innamorare. Simon & Garfunkel cantavano quei fiori d'arancio di Elaine, strappati sull'altare da Dustin Hoffman che la rapisce. Blinda gli invitati in chiesa. E con un crocefisso sbarra le porte. Fuga d'amore. E Mrs Robinson restò a guardare.

Passò anche L'ultimo metrò e Il postino che non era Troisi, ma quello che suona sempre due volte. Jessica Lange aveva la freschezza dei trent'anni e il perfido Nicholson un dozzina in più. Festa di laurea sembrò studiato apposta per quelle sale che offrivano titoli diversi. E si poteva scegliere. Era un multisala vero. Il progenitore. Carlo Delle Piane vi apparve ministro di una cerimonia abortita. In fondo, la ragazza che millantava una laurea rappresentava i monelli nascosti nel buio per sottrarsi al prof di filosofia. Quello che interrogava a sorpresa. Ed erano dolori. Venne anche il nuovo millennio e da tempo non si fumava più. Ora si smetteva pure di sentire il fruscio della pellicola nel proiettore. Il digitale aveva sfrattato le «pizze». Il dolby surround cancellava i rumori. Ma rimaneva il grifo. Nei secoli fedele. A interrogarsi sui bagliori dei telefonini. Non ha mai capito a che cosa servissero. Soprattutto al cinema.

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