Alle sanguinose radici della guerra civile italiana

Alle sanguinose radici della guerra civile italiana
1 Aprile Apr 2017 01 aprile 2017

Il saggio di Giorgio Pisanò racconta giorno per giorno come la nazione si spaccò in due dopo l'8 settembre '43

C'è stato un periodo in cui, in Italia, per le vicende belliche occorse tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 alcune locuzioni, per quanto evidenti e banali, erano vietate. Si poteva parlare di Resistenza, ma solo in toni enfatici. Per quanto ormai sia un fatto accettato da quasi tutti gli storici che la consistenza militare delle formazioni partigiane fu minima. Si poteva altresì parlare di occupazione nazifascista. Nonostante il fatto che la definizione fosse quanto meno ambigua. Sì, certo, le truppe del Reich avevano occupato buona parte della penisola sfruttando la disastrosa gestione dell'armistizio da parte dei vertici militari italiani. Ma non è che i fascisti, la seconda metà di questa endiadi, fossero spuntati da Marte. Erano italiani che per un motivo o per l'altro preferivano il vecchio regime. Non avevano occupato un bel nulla. La locuzione guerra civile, invece, piaceva molto meno. Anche se dava conto molto meglio degli eventi. L'Italia si era spaccata in due. E non solo geograficamente. La frattura tra chi era rimasto fascista e chi no tagliava verticalmente in due anche le singole famiglie. Ma di questo a guerra conclusa non si voleva più parlare. Meglio aggrapparsi a parole come «cobelligeranti» e regalare una nuova verginità al Paese.

Tra i primi a scrivere chiaro e tondo che di guerra civile si era trattato c'è stato Giorgio Pisanò (1924-1997). Quella guerra l'aveva vissuta in pieno, arruolandosi volontario nella X Mas e poi prestando servizio nella XXXVIII Brigata Nera «Ruy Blas Biagi» come tenente. Catturato, finì nel campo di prigionia R707 di Terni. Un luogo in cui gli alleati, con i non collaboranti, usavano una mano (munita di frusta) piuttosto pesante. Ma Pisanò non si limitò al personale e non giocò mai la faccenda in chiave di rivalsa, semmai di oggettività giornalistica. Prova ne è il gigantesco archivio che iniziò a costituire subito dopo la guerra e che aveva assunto anche una enorme consistenza, per quanto riguarda le fotografie originali, quando Edilio Rusconi gli chiese di realizzare Il vero volto della guerra civile. Documentario fotografico (1961).

Da questo lavoro certosino è nato anche Storia della guerra civile in Italia di cui oggi il Giornale pubblica il primo volume. In una narrazione molto asciutta Pisanò ricostruisce i fatti accaduti subito prima e subito dopo l'8 settembre. È dato spazio alla misteriosa morte di Ettore Muti, al pasticciaccio brutto della mancata difesa di Roma e alla formazione dei primi raggruppamenti partigiani. Pisanò mette chiaramente in luce quanto la situazione subito dopo l'armistizio fosse confusa. E l'animo dilaniato della popolazione. Un esempio per tutti: la vicenda di Vincenzo Costa. Costa al momento dell'armistizio era capitano degli alpini. Appena i tedeschi iniziarono a manovrare per prendere il controllo di Udine diede vita a una feroce resistenza. Quando poi capì che Mussolini stava tornando al potere fece rotta verso Milano (era un fascista della prima ora e originario di Gallarate). I tedeschi, grazie a una spia, lo catturarono. Avevano tutta l'intenzione di sistemarlo per le feste e lo misero su un vagone piombato. Riuscì a scappare portando con sé molti altri prigionieri. Una volta a Milano però divenne il comandante della Brigata Nera «Aldo Resega». Tanto per far capire quanto fosse difficile per tutti capire da che parte stare.

La gran parte della popolazione? Piaccia o non piaccia rimase per lo più in attesa. A cambiare le cose ci pensarono il pugno duro dei tedeschi e la scelta dei Gap comunisti (molto diversi dai raggruppamenti partigiani in montagna) che, colpendo senza pietà, scatenarono così la reazione inconsulta dei fascisti più violenti ed esagitati. Un esempio fu l'attentato a Milano al federale Aldo Resega. Resega era contrario alle rappresaglia per gli attacchi dei Gap. Quando i Gap lo uccisero i fascisti oltranzisti diedero vita alla più inutile delle rappresaglie, uccidendo dei prigionieri antifascisti che nulla avevano a che fare con l'attentato. Ma a lungo questa ricostruzione precisa di Pisanò è stata sgradita alla storia accademica.

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