Conrad e il suo capitano Un eroe vecchio e cieco giunto "All'estremo limite"

Conrad e il suo capitano Un eroe vecchio e cieco giunto All'estremo limite
6 Aprile Apr 2017 19 giorni fa

Torna un piccolo gioiello, in cui i guai economici del protagonista rispecchiano quelli dello scrittore

Mentre scriveva The End of the Tether, lo studio di Joseph Conrad prese fuoco a causa dello scoppio di una lampada a olio e buona parte del manoscritto andò bruciata, insieme alla scrivania e ai tappeti. Era il 1902 e come scrittore faticava a emergere: aveva proposto al Blackwood Magazine l'esclusiva dei suoi libri e si era sentito rispondere che quelli fino ad allora usciti a puntate sulla rivista avevano venduto poco. Non era un investimento, insomma, e quando aveva replicato che, come Rodin, come Wagner, come Whistler, pagava la sua «modernità» facendo la fame, l'editore non si era commosso. Aveva già scritto Lord Jim e Il Negro del Narcisso, Gioventù e La follia di Almayer, Un avamposto del progresso, Cuore di tenebra... Più di quindici anni dopo, sarà ancora in debito con Ford Madox Ford, il suo padrone di casa, per i danni causati dall'incendio, ed era la stima e l'amicizia fra i due ad aver permesso una così lunga dilazione. Era riuscito a essere famoso, ma non a divenire ricco.

In quell'estate del 1902 Conrad si mise dunque a riscrivere The End of the Tether e i problemi economici che in esso attanagliano il protagonista, il capitano Whalley, erano in fondo i suoi, ma sua era anche stata la vita di mare che vi veniva narrata: «Buona parte di quell'esperienza appartiene a prima che mi venisse in mente di mettere la penna su carta» dirà in seguito. Simili, infine, erano i problemi di salute, perché quella di Whalley è anche la storia di una decadenza fisica, e Conrad aveva cominciato ad avvertire la propria.

In italiano The End of the Tether divenne Al limite estremo e finora la sua esistenza era legata all'edizione completa delle Opere che Mursia curò meritoriamente negli anni Settanta e poi, all'inizio dei Novanta, a una ristampa per Garzanti. Così, fra i cosiddetti «romanzi brevi» è fra i meno noti e bene ha fatto Quodlibet a rimetterlo in circolazione, appena mutato nel titolo e in una nuova e bella traduzione di Gianni Celati (All'estremo limite, pagine 217, euro 15).

Fra gli scrittori di mare, Conrad è quello che meglio ha saputo unire una conoscenza di prima mano con una riflessione sulla condizione umana. I suoi personaggi, Lord Jim come il capitano Whalley, che del primo è una sorta di parente stretto, sono uomini di tutti i giorni, costretti a misurarsi con scelte che ne possono modificare l'esistenza, fedeli a delle linee di condotta che non necessariamente comportano il successo, ma sempre pretendono il rispetto di se stessi. Quando ciò non accade, come in quel capolavoro che è Lord Jim e in questo piccolo gioiello che è All'estremo limite, la vita diventa una peccato da espiare e di cui però non puoi assolverti, se non ponendovi volontariamente fine. E infatti pochi scrittori come lui hanno saputo raccontare così bene il momento in cui si prende su di sé il proprio destino, l'ora in cui si è soli con noi stessi e di fronte al mondo.

Al capitano Whalley, la rivelazione avviene quando tutto dovrebbe portare a una serena vecchiaia. Appartiene a quella generazione invecchiata sotto il sole cocente e i vapori dei Tropici mentre l'epopea coloniale si andava spegnendo, ma agli occhi delle popolazioni orientali che quell'«epopea» l'hanno subita, resta «uno di quegli uomini ostinati e senza regole, che inflessibilmente perseguivano scopi incomprensibili esseri con enigmatici toni di voce, mossi da inesplicabili sentimenti, guidati da motivi imperscrutabili». Come spiegare altrimenti l'aver accettato di comandare un piroscafo arrugginito, il Sofala, la cui rotta è poco più di un piccolo cabotaggio e il cui armatore è un ex macchinista litigioso e col vizio del gioco, «un bianco solo in superficie», dicono con disprezzo gli altri europei? Ha un passato glorioso Whalley, perché ha scelto di finire così oscuramente un'onorevole carriera?

Le ragioni sono l'amore paterno, una figlia lontana e in difficoltà, e un rovescio economico in cui non ha colpa, ma che gli ha tolto da sotto i piedi quella sicurezza che lo faceva forte. L'essersi messo in società con il padrone del Sofala gli garantisce che le sterline ottenute dalla vendita del suo adorato brigantino, il Far Maid, non verranno intaccate e serviranno ai bisogni della ragazza. Quanto a lui, è un uomo ancora forte, ha 67 anni, può andare avanti per gli anni stabiliti dal contratto...

Anche Al limite estremo è una storia d'onore, dell'acuta coscienza dell'onore, quello che il protagonista di Lord Jim aveva smarrito, poi ritrovato, infine difeso. Whalley il suo non l'ha mai perso, ma ad un certo punto è costretto a venire a patti con la propria coscienza: durante i viaggi del Sofala si accorge che sta divenendo cieco... Se abbandona il comando, condanna sua figlia, se continua condanna e inganna i suoi marinai, il suo armatore, se stesso: «Tutta la sua vita senza macchia era precipitata in un abisso».

Ironia del destino, mentre si preoccupa perché la cecità mette il pericolo il piroscafo, non sa che il suo datore di lavoro congiura invece per mandarlo a fondo, intascare l'assicurazione e scomparire. Come spesso accade nei romanzi di Conrad, il prezzo da pagare è la vita stessa, e non importa se quella cattiveria umana esclusa perché estranea alla tua etica e alla tua estetica - «gli uomini non erano cattivi, erano soltanto stupidi, sviati e infelici» - in realtà esiste e si rivolta contro di te. Gli eroi conradiani non scaricano mai sugli altri il peso dei propri errori: pagano sempre in prima persona, pagano sempre fino in fondo. La giustizia è un ordine interiore.

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