Miseria e nobiltà votano Antonio

Miseria e nobiltà votano Antonio
9 Aprile Apr 2017 09 aprile 2017

Ricordo bene quando i film di Totò arrivavano nelle sale piene di gente e di fumo dei cinema di provincia, dal venerdì alla domenica: era una festa popolare autentica, una sagra delle risate innocenti, liberatorie che accomunavano noi ancora quasi bambini agli adulti e i vecchi, quelli del Nord con chi veniva dal Sud, il pubblico benestante con il pubblico più povero. Chi mai pensava a leggere recensioni dei film di Totò? Dalla festa, certi intellettuali e i cinefili restavano esclusi. Peggio per loro. Avevamo in casa un comico, un attore che, pur essendone completamente differente, non aveva niente da invidiare a un Buster Keaton o a un Charlot, e la cultura del tempo non se ne accorgeva.

Totò, in realtà, non era nato con il cinema. Non si era fatto le ossa con il muto, la sua carriera cinematografica iniziò quando aveva già trentanove anni, dopo l'avvento del sonoro. Totò veniva dal teatro. Da quella forma di teatro ultrapopolare che è l'avanspettacolo. Il suo battesimo artistico è negli Anni Venti al mitico Ambra Jovinelli di Roma: incarna la maschera del Bel Ciccillo: «Io di nome mi chiamo don Ciccio/ e mi firmo don Ciccio Salciccio/ in ovunque m'impaccio e m'impiccio/ ove vado mi faccio un pasticcio/ e così per un puro capriccio/ don Ciccio Pasticcio mi sento chiamar». Questi versi recitati ritmicamente da un attore con movenze meccaniche da burattino che snoda sin quasi a slogarla la testa sul suo collo e strabuzza gli occhi, definiscono la maschera cui Totò rimase fedele, nella mimica e anche nel linguaggio, nell'amore del gioco funambolico di parole e del pastiche.

Dopo l'avanspettacolo, viene una lunga stagione dedicata al varietà. Il cinema arriva soltanto nel 1937, con Fermo con le mani!, cui seguono Animali pazzi e San Giovanni decollato, alla cui sceneggiatura mise mano anche Zavattini, estimatore di Totò. Ma quella prima serie di film surreali non ebbe un successo soddisfacente. Ci vollero parecchi anni perché la sua maschera unica si affermasse e si creasse un pubblico vastissimo. Ma già nel 1948 il suo nome d'arte compare nel titolo del film, Totò al giro d'Italia, e da allora «Totò» è un marchio di fabbrica della risata che funziona sempre di più, Totò cerca casa, Totò le Mokò (una irresistibile parodia di un film drammatico con Jean Gabin), Totò cerca moglie, Totò sceicco, Totò sexy, Totò e Cleopatra, Totò d'Arabia... Al film basta lui, nonostante una scelta formidabile degli attori che gli fanno da spalla, che culmina nella collaborazione con l'immenso Peppino De Filippo. La sua comicità investe un fenomeno come l'avvento della televisione (Totò lascia o raddoppia?) e persino i problemi di attualità geopolitica (Totò e Peppino divisi a Berlino), ma sempre con una vena anarcoide guizzante di calembour, con una mimica facciale capace di esprimere all'ennesima potenza tutte le reazioni e i sentimenti umani, sottolineandone il ridicolo piuttosto che il patetico.

Chi è dunque questo Totò, nome d'arte del titolatissimo Antonio de Curtis, dotato sin dall'inizio di una travolgente energia popolaresca e di un tratto malinconico, solitario di nobiltà? Il grande comico nasce in un quartiere storico di Napoli, città palcoscenico se ce n'è una, e assorbe dall'umanità dei vicoli e dei bassi la linfa della propria arte. Figlio illegittimo di un marchese, che lo riconosce soltanto molto più tardi, prova che cosa sono la povertà e la fame. Ma, se il sangue non mente, non può non sentirsi aristocratico, assumere modi da viveur, conoscere anche momenti tragici come il suicidio di Liliana Castagnola, la soubrette con la quale visse una travolgente storia d'amore. Questa duplicità di nature arricchisce in maniera clamorosa la sua maschera e in particolare il suo linguaggio.

Totò, senza nessuna complicazione intellettuale, senza niente di quella volgarità che poi affliggerà il cinema comico italiano, ha invenzioni linguistiche straordinarie e stralunate, ed espressioni tali da durare nel tempo come efficacissimi tormentoni. «E io pago...», gli fa ripetere ancora oggi Striscia la Notizia per commentare sprechi di denaro pubblico d'ogni tipo. Mescola il gergo più popolare con finezze erudite, una pernacchia con un «eziandio», stravolge la sintassi logica delle frasi con infinita naturalezza, «sono figlio vedovo di madre unica», riempie l'italiano medio di influenze dialettali, di strafalcioni, di nonsense, come quando detta la celeberrima lettera a Peppino in Totò, Peppino e la... malafemmina. Effetti speciali vengono raggiunti con le lingue straniere, con il francese in particolare, come quando la marca di uno champagne, Moët & Chandon, diventa «mo' esce Andonio»: Totò è così, champagne e atavica sete, tabarin e spelonca, grandeur ed espedienti quotidiani per vivere.

C'è anche lo sberleffo, in Totò, ma di natura assolutamente non ideologica: lo sketch del wagon-lit con l'onorevole Trombetta mette alla berlina un potere che non importa se sia di destra o di sinistra. Totò, l'aristocratico e popolano Totò, è sempre dalla parte dei poveri e degli esclusi, come si legge nella sua poesia intitolata 'A livella, culminante nell'invettiva dell'ombra del netturbino Esposito Gennaro contro il suo vicino di tomba al camposanto, il supponente marchese «signore di Rovigo e di Belluno».

Il culmine dell'arte di Totò, che ebbe nelle sue corde oltre che la poesia la canzone (la sua Malafemmena è un evergreen) per me non è nel realismo di Guardie e ladri. È quando può trasferire con più spessore nel cinema la sua passione di teatrante. Penso a 47 morto che parla, dove impersona il barone Peletti, tirchio maniacale, uno che tiene l'olio (dicesi «olio») in cassaforte e che trova già eccessiva l'espressione «dare il buongiorno» (sempre «dare...»), facendone un degno discendente diretto di Euclione, nell'Aulularia di Plauto, e di Arpagone nell'Avaro di Molière. E penso a Miseria e nobiltà, alla doppia parte dello squattrinato Felice Sciosciammocca e del finto superbissimo Principe di Casador, giocata in toni di comicità irriverente e irresistibile.

Poco prima di morire, Totò fu chiamato da Pasolini come protagonista insieme a Ninetto Davoli di Uccellacci e uccellini. Un film, a rivederlo oggi, tra il poetico e l'astuto, con un Totò che abdica dalla sua maschera e sta stretto nelle mani del prestigioso regista. Fu la sua consacrazione? Non so. Io continuo a preferire il Totò popolano che balla sul tavolo mettendosi gioiosamente in tasca gli spaghetti, e il Totò signore che ride e fa ridere delle «quisquilie e pinzillacchere» del mondo.

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