Baudelaire in ginocchio davanti al super critico

Baudelaire in ginocchio davanti al super critico
12 Aprile Apr 2017 12 aprile 2017

Nelle lettere a Sainte-Beuve emerge l'inutile corteggiamento del poeta all'inflessibile "Zio"

«Non prendiamo questo bravo e povero Baudelaire come punto di partenza per andare ancora oltre». L'avvertimento, datato 10 dicembre 1866, è chiaro: ragazzo, stai all'occhio, non metterti sulla stessa strada. Il destinatario è il ventiduenne «parnassiano» Paul Verlaine. Il mittente è il re dei critici letterari francesi, Charles Augustin de Sainte-Beuve, 62 anni, quaranta dei quali spesi soprattutto a far le pulci a decine, centinaia di autori. Come sappiamo, Verlaine non obbedì a quella che doveva sicuramente suonargli come un'ingiunzione. Quanto al «povero» Baudelaire, era ormai un uomo, oltre che un poeta, finito. Fulminato da un ictus sei mesi prima in Belgio, vegetava sotto lo sguardo amorevole e rassegnato della madre nella casa di cura del dottor Duval, a Parigi.

C'era stato un momento, un momento molto lungo, circa un decennio, in cui il «povero» Baudelaire s'era illuso di poter diventare il cocco dello «Zio» Beuve, come lo chiamava parlandone e scrivendone con gli altri. Prima lo aveva reso partecipe della sua «scoperta» proveniente da oltre Atlantico, Edgar Allan Poe, e desiderava che il Maestro ne scrivesse (ma non lo farà mai). Poi gli aveva ovviamente consegnato con deferenza, sperando in una promozione a pieni voti, il suo profumatissimo mazzo di Fiori del male, ottenendo però in cambio soltanto una sufficienza piena. Piena anche di critiche. Per esempio: «Voi diffidate troppo della passione, ne fate una teoria. Concedete troppo allo spirito, alla combinazione. Lasciatevi andare, non temete di sentire come gli altri, non abbiate paura di essere troppo comune; avrete sempre abbastanza finezza espressiva per distinguervi».

Che queste parole siano state vergate il 20 giugno o il 20 luglio del 1857, poco cambia. Il processo per offesa alla morale pubblica, a quella religiosa e ai buoni costumi intentato contro Baudelaire e il suo editore Auguste Poulet-Malassis era dietro l'angolo, e il 21 agosto la sentenza comportò la recisione di sei Fiori e un'ammenda di 300 franchi. Non contento dei due cortesi ma fermi... dinieghi, come un innamorato respinto e testardo un anno dopo Baudelaire fa, sempre per lettera, una scenata di gelosia allo «Zio», colpevole di aver elogiato in lungo e in largo Fanny di Ernest Feydeau sul Moniteur: «E io non troverò un uomo di coraggio che dica altrettanto di me? A quali moine, mio potente amico, dovrò ricorrere per ottenere questo da voi?». Infine, il colpo di grazia. Nel gennaio del 1862 gli accademici di Francia mettono in piedi il solito teatrino di sussurri, grida, raccomandazioni, perorazioni per scegliere chi dovrà prendere il posto del da poco defunto Jean-Baptiste Henri Lacordaire. Baudelaire ci fa più che un pensierino. Ma lo «Zio» lo stronca sul nascere: «Solleticando, non si è mai sicuri di non grattare troppo» e la cosa «rischierebbe di apparire eccessiva e scioccante, contraria al vostro buon gusto di candidato». Un diavolo al posto di un cattolico... non sia mai.

La lunga storia del vano corteggiamento di Baudelaire a Sainte-Beuve è raccontata, per la prima volta con tutte le lettere alla mano, nel volume Voi avete preso l'Inferno (Nino Aragno Editore, pagg. 179, euro 15). L'accuratissimo curatore Massimo Carloni, autore della postfazione «Anatomia di un'incomprensione», ha avuto l'ottima idea di anteporre alla liaison fra l'aspirante nipote e lo «Zio» i passi di Contro Sainte-Beuve in cui Marcel Proust entra nel merito. Sono, come sempre, pagine di sublime acidità e analisi psicologica che non risparmiano né l'uno né l'altro. E dove l'imbarazzo di fronte al servilismo di chi chiede supera l'antipatia nei confronti di chi non dà.

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