FuoriSerie

20 Aprile Apr 2017 10 giorni fa

La serie Girlboss, la cui prima stagione sarà come d'uso per le piattaforme on line disponibile con tutti gli episodi (13) su Netflix a partire da domani, è quasi un biopic. Racconta, schiacciando l'acceleratore sui lati più posh della faccenda, la vera ascesa di Sophia Amoruso nel mondo della moda (la base è l'autobiografia della medesima).

Punti d'interesse? Una epopea commercial contemporanea che può piacere ai millennials (per identificazione) o a chi appartiene alle generazioni precedenti per curiosità verso questi ultimi. Di quella generazione la Amoruso infatti è un simbolo. Classe 1984 (come Zuckerberg), questa businesswoman ebbe l'intuizione di creare un negozio immateriale. Sarà infatti su Internet, e grazie alle potenzialità offerte dal web da eBay, per precisione che una ragazzina squattrinata senza qualità visibili (e pure con un pessimo carattere) riuscirà a costruire un impero da milioni di dollari (poi, peraltro, ufficialmente crollato causa bancarotta). La fiction esalta molto il versante della passione, nello specifico quella per i vestiti vintage, che effettivamente ha consentito alla Amoruso una ascesa eccezionale. Dal negozietto virtuale alla mega azienda di vestiario. E questa del resto è la ricetta dei millennials di successo: L'hobby che diventa lavoro (non è dato sapere invece quanti milioni di millennials ci abbiano sbattuto il grugno e malamente). La protagonista (incarnata da Brit Robertson) è raccontata a dire il vero con vena piuttosto superficiale e senza renderla simpatica. Ma non è affatto detto che sia un difetto della serie, potrebbe essere «verismo».

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