"La sinistra ha scelto immigrati ed élite Ma ignora il popolo"

La sinistra ha scelto immigrati ed élite Ma ignora il popolo
21 Aprile Apr 2017 21 aprile 2017

Il sociologo presenta il nuovo saggio: "Questo distacco risale a Berlinguer"

Lunga ma necessaria citazione dal nuovo saggio del sociologo Luca Ricolfi Sinistra e popolo (Longanesi, presentato qui a Tempo di Libri, domani in Sala Courier): «La gente pensa che gli immigrati siano un pericolo? La sinistra le spiega che la diversità è un valore. La gente pensa che la globalizzazione sia una minaccia? La sinistra le spiega che si tratta di una grande opportunità. La gente pensa che l'Unione Europea sia un problema? La sinistra le spiega che l'Europa non è il problema, ma la soluzione. La gente pensa che il terrorismo islamico abbia dichiarato guerra all'Occidente? La sinistra le spiega che non si tratta di una guerra, che l'Islam non c'entra nulla, e che anzi gli attentati potrebbero essere una preziosa occasione per riprendere la costruzione dell'edificio europeo».

Professore, perché la sinistra non vede mai il problema?

«Perché se lo vedesse dovrebbe fare autocritica e reinventarsi, abbandonando il suo insediamento sociale fra i cosiddetti ceti medi riflessivi».

Professore, Lei ha scritto un saggio di 250 pagine che può essere sintetizzato, paradossalmente, dalla citazione in esergo di J.-M. Naulot: Populista è l'aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle. La domanda è: cosa è successo tra il popolo e l'area culturale-politica che designiamo come sinistra?

«Sono successe molte cose, ad esempio il fatto che la sinistra si occupa quasi esclusivamente di immigrati e ceti medi, e si è in gran parte dimenticata dei ceti popolari. Specie se nativi. Ma il punto non ovvio della mia ricostruzione è che io faccio risalire l'inizio del distacco molto indietro nel tempo, a 40 anni fa, ai tempi di Berlinguer e del compromesso storico. Voglio dire che è del tutto fuorviante pensare che sia stato Renzi a creare il distacco con i ceti popolari, perché quel distacco era già molto profondo negli anni di Prodi, D'Alema e Bersani. Quel che è sorprendente è che di tale distacco si parli solo adesso, e lo si metta tutto in conto a Renzi. La fede nel mercato e nelle regole europee, la tendenza a sottovalutare i problemi della sicurezza e dell'immigrazione, la preferenza per temi come le coppie gay, la fecondazione assistita, l'ecologia, sono cose che pre-esistono all'ascesa di Renzi».

Cosa c'entra in tutto questo il complesso di superiorità della sinistra che aveva smascherato nel suo saggio Perché siamo antipatici del 2005?

«C'entra nel senso che la rivolta contro il politicamente corretto è, insieme alla domanda di protezione economica e sociale, un ingrediente essenziale del populismo, sia in Europa sia in America».

L'elezione di Trump, la Brexit, il voto a all'ultra-destra in Austria, Marine Le Pen in Francia, i 5 Stelle da noi. Perché il popolo è in rivolta verso l'establishment?

«Le due determinanti essenziali del populismo sono la profondità della crisi e la paura del terrorismo e dell'immigrazione. Però il fatto che l'ascesa del populismo abbia assunto i tratti di una rivolta contro l'establishment ha molto a che fare, a mio parere, con la diffusione del politicamente corretto. Quando, 12 anni fa, pubblicai Perché siamo antipatici?, il politicamente corretto era ancora percepito prevalentemente come un'aberrazione del mondo di sinistra. Oggi è diventato una sorta di biglietto da visita della classe dirigente, del cosiddetto establishment. È diventato una sorta di tratto distintivo delle persone per bene, civili, benpensanti, rispettabili. Ecco perché chi tende a imputare tutti i nostri mali all'establishment finisce anche per ribellarsi al politicamente corretto».

Ma in ciò che la sinistra benpensante e politicamente corretta liquida come populismo ci sarà qualcosa che non è da buttare. Cosa?

«In un certo senso quasi tutto, perché la domanda di protezione dalla crisi economica e dalla criminalità, dalle diseguaglianze e dal disordine sociale è più che fondata. Il problema del populismo non sono le domande, ma le risposte, che raramente sono all'altezza dei problemi».

Lei si ritiene ancora di sinistra?

«Ma che cos'è la sinistra oggi? Per dirla con Alfonso Berardinelli non credo che la sinistra sia di sinistra, una frase che usai come epigrafe di Perché siamo antipatici. Io credo che il tratto essenziale di una persona di sinistra, o meglio di sinistra liberale che è quella che piace a me, sia di riconoscere l'esistenza di un problema di diseguaglianza nei punti di partenza. Il guaio è che la sinistra attuale, almeno in Italia, si occupa d'altro».

Una volta il popolo era tutelato e garantito dalla Sinistra, dal welfare al lavoro. Ora il popolo fa da solo. In questo senso, ha ancora senso la Sinistra?

«Tendo a pensare che la sinistra, come già oggi accade, svolgerà soprattutto il ruolo di garante dei ceti medi urbani e dell'establishment, specie in settori strategici come la cultura, l'informazione, la magistratura, la scuola. Del popolo si occuperanno gli altri».

Lei nel libro critica Norberto Bobbio, il quale identificando la sinistra con l'uguaglianza e la destra con l'ineguaglianza di fatto fissò il paradigma della superiorità morale. Un peccato di lesa maestà, il suo.

«Ho conosciuto da vicino Bobbio, sia di persona sia attraverso uno scambio epistolare che avemmo su destra e sinistra una ventina di anni fa. Bobbio era un uomo meraviglioso, integro e intellettualmente aperto, non ho mai incontrato una persona così disponibile ad ascoltare gli altri e a prendere sul serio le loro opinioni. Bobbio era curioso, molto curioso dei punti di vista altrui. Proprio perché l'ho conosciuto, sono certo che, se fosse vivo, preferirebbe parlare con me delle nostre differenti vedute su destra e sinistra che bearsi delle lodi che, ancora oggi, provengono da un esercito di discepoli che lo venera come un'intoccabile divinità laica».

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