Trieste, il Museo Sartorio "riscopre" i suoi gioielli

Trieste, il Museo Sartorio riscopre i suoi gioielli
23 Aprile Apr 2017 23 aprile 2017

Fra un Giandomenico Tiepolo, due Tintoretto e molto altro, la sorpresa di un Palma il Giovane

Il Museo Sartorio è per me una casa della vita. Nel suo nucleo essenziale è una villa con gli arredi originali, suggestiva come il Poldi Pezzoli di Milano, dove le raccolte sono ambientate, donata alla città di Trieste da Anna Segrè Sartorio nel 1947. Come Museo è, da qualche anno, particolarmente stimolante per il limpido e rigoroso allestimento dei 254 disegni di Tiepolo fortunosamente acquistati dal barone Sartorio: la collezione più ricca e organica del grande e fantasioso pittore. Ma negli ambienti di servizio il percorso espositivo si è allargato a una notevolissima raccolta di marmi e gessi di scultori triestini del XIX e XX secolo; e alla stabile presentazione delle opere dell'Istria e della Dalmazia riparate in Italia durante la seconda guerra mondiale e da me destinate a Trieste, dopo essere state per quasi settant'anni nei depositi di palazzo Venezia a Roma per evitare rivendicazioni slovene.

Visitando gli integri ambienti restaurati con rigore circa dieci anni fa, oltre alle suggestioni e alle atmosfere, ho osservato con attenzione la raccolta dei dipinti anche dei depositi e in particolare alcuni sottoposti a restauri, grazie al munifico contributo dell'azienda «Gli orti di Venezia», sofisticata sezione della «Insalata dell'orto» di Mira di Cinzia Busana. In occasione della esposizione di questi ultimi, ho pensato opportuno aggiungere idealmente alle «Stanze segrete» della mia collezione d'arte allestita nel Salone degli incanti, una stanza di capolavori distribuiti fra gli arredi di villa Sartorio culminanti nella sala neogotica con i dipinti di Ludovico Lipparini e Michelangelo Grigoletti. Così, a fianco delle Madonne del Maestro di Roncaiette e di Pasqualino Veneto, della vigorosa Lucrezia di un pittore fiorentino, vicino a Carlo Portelli, e derivato da Vincent Sellaert, e alle grandi tele di Antonio Lagorio e Simone Brentana, ho voluto schierare alcuni capolavori dispersi, o poco visibili sulle pareti, a fianco di dipinti di minor interesse, richiamando anche dai depositi una serie delle numerose vedute di Giuseppe Bernardino Bison, in dialogo con un capriccio di Alessandro Magnasco, così incredibilmente dimenticato che in archivio se ne reperisce soltanto una fotografia in bianco e nero.

Sono così riemersi, per una ideale quadreria, una Madonna di Giovan Francesco Caroto, due monocromi del Tintoretto, bei dipinti del Seicento fiorentino, Simone Pignoni, Mario Balassi, e un potente Sebastiano Mazzoni, di sensibilità piuttosto veneta, e affiancato a un elaborato Carpioni, a un cremoso Carneo, e a un pittoresco Monsù Bernardo. Nel Settecento, di ritrovato classicismo, due Marcantonio Franceschini, un vecchio orientale di Giandomenico Tiepolo, e un prezioso e brillante Gaetano Gandolfi, gustoso maestro bolognese. Belle le vedute di Roma, solare, calda, desiderabile, e di Venezia, nebbiosa, spettrale e notturna, di Ippolito Caffi.

Tra le sculture, inevitabile il marmo con il busto di Dante, di Luigi Minisini, scultore tardoneoclassico di Udine, del quale la mia collezione accoglie una versione in gesso patinato a bronzo, delle stesse dimensioni. Notevole, per verità, anche il vecchio in gesso policromo di Giovanni Scheriani, datato 1912. Chiudono una cartapesta con una Pentesilea, ferita da Achille, di Wostry, e con una tenerissima e poeticissima Contadinella di Arturo Rietti. Nella ricognizione una Deposizione, erroneamente riferita a Matteo Ponzone, è stata da me ricondotta al suo vero autore: Jacopo Palma il Giovane.

Già in altre occasioni abbiamo riabilitato opere di Palma il Giovane; e anche nel dipinto del Sartorio ne riconosciamo i caratteri distintivi nella matura riflessione su Tiziano, che fu per Palma come un padre. I colori vividissimi, in particolare i prevalenti gialli rossi e blu, hanno la verità e l'umore vitale di Tiziano; e, in particolare, della ultima Deposizione, terminata da Palma, ora conservata all'Accademia di Venezia, ma pensata per il proprio sepolcro nella chiesa di Santa Maria gloriosa dei Frari. E ancora alla drammatica espressività del corpo deposto dell'ultima opera di Tiziano, dipinta tra il 1575 e il 1576, fa riferimento la invenzione armoniosa di Palma, con l'accentuazione del dolore della madre che perde i sensi e che sembra abbandonare il corpo di Cristo (come se anche lei fosse morta), verso il quale si precipita, per sostenerlo e insieme per pulirlo, la Maddalena che, nel dipinto di Tiziano, è invece in piedi, agitata, urlante. A distanza di più di trent'anni, Palma maturo inventa una composizione perfettamente triadica (con Giuseppe di Arimatea nell'ombra), accentuando nervosamente il pathos del corpo morto del Cristo. L'opera è una versione di migliore e più vivida qualità del Compianto (di esecuzione più definita e scolastica) nella pinacoteca Querini Stampalia di Venezia, databile al 1610-1615.

Con qualche severità Ivanoff, seguito da Zampetti, afferma che «l'opera presenta il modulo tizianesco illanguidito da svenevolezze manieristiche negli incarnati e nel corpo di Cristo». Appare evidente che la versione triestina è più libera nell'esecuzione e più dipinta che disegnata, superando quelle supposte «svenevolezze» che appaiono invece declinazioni espressive del dramma. Palma tenta la competizione con la nuova sensibilità barocca, e sembra misurarsi anche con la meravigliosa Pietà di Annibale Carracci (ora a Capodimonte), con il flessuoso corpo del Cristo. È un tentativo di tradurre in lingua veneziana, e senza tradire Tiziano, il grande modello bolognese, osservato con attenzione e curiosità: a conferma di un rapporto lontano, ma reale, tra i due pittori, e dell'intenzione del più anziano di aggiornarsi sul gusto del più giovane.

Usciamo dal Museo Sartorio con qualche felice ritrovamento; e indirizziamo i triestini curiosi a tornare a visitarlo con i nostri occhi.

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