"Il mio primo amore è stata la strega cattiva"

Il mio primo amore è stata la strega cattiva
26 Aprile Apr 2017 26 aprile 2017

Il re del cinema horror: "Il male si nasconde in quello che si impara da piccoli. Avrei voluto girare pellicole comiche, ma non fa per me"

L'identikit, con affilata ironia, se l'era disegnato da solo, qualche anno fa. Degno di un report della polizia criminale: «Sono il più grande assassino d'Italia. In 30 anni di carriera avrò ucciso 90 persone. Ormai sono un esperto. A furia di farlo so bene come dare una pugnalata o come strozzare». Invece Dario Argento, maestro del brivido e padre di tutti gli orrori, non è così. È spiritoso, divertente. E, colpo di scena, persino tenero.

Ma è vero che lei da bambino era innamorato della strega cattiva invece che di Biancaneve?

«E a chi poteva piacere quella sciacquetta di Biancaneve? Vuoi mettere la regina Grimilde? Sexy, carismatica, bellissima».

...e che a pallone la mandavano in porta perché era scarso?

«No, perché ero magro magro e non sapevano dove mettermi. Mi chiamavano Secco, Smilzo, Rachitico. Persino Mauthausen».

Simpatici. Ed è vero che da ragazzo portò la fidanzatina a vedere «Psycho» e invece di baciarla preferì guardare il film?

«Veramente andai due volte nella stessa giornata e la prima da solo. Psycho mi aveva talmente entusiasmato che portai anche lei: un film geniale, l'avrò visto una ventina di volte».

Lei ha cominciato come giornalista. Ha intervistato John Wayne...

«Una persona molto alla mano, cordiale. Mi disse che in realtà non odiava per niente gli indiani, anzi aveva come vicini di casa degli Apaches. Gli aveva anche venduto dei tori».

I Beatles.

«Poco più che uno scambio di battute. Presuntuosi e pieni di sè».

Fritz Lang.

«Intelligentissimo. Non c'era molto da scherzare con lui. Mi raccontò che un giorno Himmler lo convocò in un grande palazzo con un'immensa vetrata che dava sull'orologio di un campanile. Voleva affidargli la cinematografia tedesca. Era agitatissimo».

Per Himmler?

«No, è che a una certa ora aveva l'ultimo treno che rientrava a Parigi e quello parlava, parlava, parlava...»

È riuscito a prenderlo?

«Per un soffio. Non ricordava però se a Himmler aveva detto si o no».

Ha incontrato anche il suo maestro, Alfred Hitchcock.

«L'ho visto solo una volta in un ristorante. Io ero con mio padre, lui con la moglie. Ricordo la tenerezza con cui imburrava le tartine e poi gliele passava. Non ho avuto il coraggio di avvicinarlo: ha fatto il cameo anche nella mia vita».

Una volta, ho letto, ha scritto anche un articolo duro su Mina: cosa le aveva fatto, pover'anima?...

«E chi lo ricorda più? Forse criticavo un suo spettacolo tv, ma non sono stato duro. Mi irritava solo quel modo di parlare, la sua prosopopea».

E Alberto Sordi che le fa fare il chierichetto? Come ha fatto?

«Lo stavo intervistando e lui e l'aiuto regista se la ridevano. A un certo punto mi hanno detto: bello mio, sei scritturato, hai la faccia giusta per fare il chierichetto. Con i soldi guadagnati mi sono comprato una Fiat 124».

È vero che in aeroporto ogni volta che la vedono la fermano e le fanno disfare i bagagli?

«Beh, come a tutti...»

A me non capita mai...

«Davvero? Allora non so proprio perchè...»

Ho sentito anche che una volta hanno tentato di ucciderla.

«Si, ad Amalfi: il killer era un piatto di frutti di mare avariati. Mi sono preso l'epatite, dolori che non le dico, settimane a letto. Non sarebbe stato un finale degno di me».

Poco ma sicuro. Ma lei è anche sfuggito a un attentato.

«Si, ma non ce l'avevano con me...»

Voglio ben sperarlo...

«Era sera passeggiavamo nel centro di Monaco, io, il direttore della fotografia Luciano Tovoli e quello della produzione Lucio Trentini, appassionato di Mercedes. Avevamo appena finito di cenare e Trentini a un certo punto ci fa: andiamo a vedere le vetrine della Mercedes laggiù. Il tempo di attraversare la strada e bam! Una botta tremenda che ci ha scaraventato contro il muro».

E chi aveva messo l'ordigno?

«La Rote Armee Fraktion, le Brigate rosse tedesche. Avevano piazzato la bomba davanti a un commissariato. Non avessimo attraversato la strada per dare un'occhiata alle Mercedes saremmo saltati in aria anche noi».

I film dell'orrore non sono mai andati così bene come negli anni di piombo. Lo ha detto lei...

«E lo ribadisco».

Ma anche oggi è così?

«I film dell'orrore, anche splatter vanno benissimo. Ma anche le serie tv più feroci».

Una volta però si andava al cinema per avere paura, adesso la paura è dappertutto...

«La cosa non cambia. Conoscendo la paura la si vive meglio».

Il maestro della paura non ha paura?

«Ci sono abituato, bisogna farci l'abitudine. Della paura bisogna fregarsene».

Ma avrà pur paura di qualcosa, una cosa qualunque...

«Ho le paure di tutti. Di essere aggredito per strada per esempio. Poi ci sono le paure più profonde. Spesso mi capita di avere degli incubi, di vedere delle figure intorno a me che sembrano dei fantasmi. Ma con gli incubi io ci faccio i film...».

Eppure mi dicevano che lei fosse terrorizzato dai terremoti.

«Per niente. Anzi ne ho vissuti un paio di robusti a Los Angeles, ma con grande tranquillità. Una volta eravamo in albergo e a un certo punto le finestre hanno cominciato a spostarsi. Ho preso portafoglio, carte di credito e passaporto, che tenevo sempre sul comodino proprio per paura dei terremoti, e sono sceso in pigiama e ciabatte. Di fronte all'albergo c'era un prato bellissimo. Chiacchieravamo tra di noi».

Lei ha scritto: Io mostravo omicidi che erano pura estetica, mettendoli in scena come fossero feste di morte. Anche l'Isis ha fatto nella realtà la stessa cosa...

«Finchè hanno avuto uno Stato hanno creato una specie di ministero della Propaganda. Lo spettacolo della crudeltà serve per tenere sempre alta la soglia del terrore in chi guarda. E forse per reclutare soldati. Il male che chiama male».

Anche costruiti bene...

«Direi. Fatti con metodo, musiche rap e hip hop, voci fuori campo, in perfetto inglese. Devono aver visto molti film».

Anche nel suo «Quattro mosche di velluto grigio» c'è una decapitazione alla moschea di Qayrawan in Tunisia.

«Nel film era una specie di premonizione. Tagliare la testa ha un significato: è voler estirpare il pensiero».

E del fenomeno del femminicidio che idea si è fatto?

«Choccante. Ammazzano tutti i giorni, in modo scervellato, fuori di testa. Non li spaventa nemmeno la punizione. C'è qualcosa nell'uomo che non va, che si è spezzato, c'è un baco nella testa di tanti uomini che li sta divorando. Non so da dove venga quest'odio verso le donne. Brave ragazze poi, facce pulite, normali».

Ma anche gli assassini sono i ragazzi della porta accanto.

«Si è vero. Ma il male si annida tra gli insospettabili. I miei assassini hanno motivazioni sepolte nell'inconscio, traumi nascosti che vengono a galla improvvisamente. Questi non so. La vita è spietata».

L'infanzia è sempre la madre di tutti gli orrori?

«Il male si nasconde in quello che si impara da piccoli, nell'esempio dei genitori. I serial killer, le persone peggiori, hanno avuto infanzia strana, bizzarra, pericolosa, hanno visto cose tremende, sono stati violati. I genitori devono comportarsi bene con i figli, perché poi la pagano quando diventano adulti».

Anche internet è pieno di odio.

«È uno sfogatoio del risentimento di massa, anche lì viene fuori l'anima nera delle persone. Non so però se dare troppo peso alla cosa. Gli haters sono come gli ultras che gridano devi morire, ma poi non vogliono che muori veramente, sono spacconate e basta. Almeno spero...».

La crisi economica c'entra in questa cattiveria gratuita?

«La crisi ormai dura da anni, non si può più dire. Secondo me è perchè siamo un popolo di infelici».

Crisi, paure, odio, infelicità: c'è una soluzione?

«Magari come nei film: a volte la soluzione dei tuoi problemi è sotto i tuoi occhi ma non l'hai ancora vista. E le occasioni fallite possono essere le migliori che ti possono capitare».

In quest'era del tutto e subito c'è ancora spazio per la suspence?

«Certo che c'è. Dietro la paura si nasconde il desiderio di provare emozioni forti, la paura è complessa».

C'è una notizia di cronaca che l'ha impressionato?

«Non mi piace seguire i fatti di cronaca. Il mio è un cinema idealista, la realtà non ha mai interferito con la mia immaginazione. Però....»

Però...

«Io sono cristiano e praticante. Vado a messa, mi confesso, credo nel Maligno. E mi ha ferito molto l'attentato kamikaze che hanno subito le chiese copte sotto Pasqua».

Lei è stato in Egitto?

«Più di una volta. Era bello vivere in Egitto. Ho visitato a lungo anche i quartieri copti, ho partecipato alla loro Pasqua, nelle loro chiese. Sentire quei canti era molto emozionante. Anche allora c'era un corpo di guardia e mura altissime che proteggevano questi quartieri. Ma i copti hanno una qualità particolare».

Cioè?

«Sono secoli che li perseguitano, hanno quasi una vocazione al martirio. Mi raccontava un prete copto che le stragi fanno parte della loro storia. Hanno una fede fortissima, forgiata nel sangue».

Lei ha detto che il Bene si esalta di più quando il Male è forte.

«No, ho detto che il Bene si vede di più. È diverso».

Ma si vede?

«Il Bene c'è per forza. Se c'è il Male c'è anche il bene».

A proposito di bene: ha mai pensato di fare film d'amore? Sa che colpo di scena sarebbe?

«Si, ma non fa per me. Meglio un film da ridere, come ha fatto anche Hitchcock. Pensavo che seguendo le indicazioni del maestro anch'io avrei potuto provarci, invece... Ma i miei film sono pieni di ironia».

Cosa la fa ridere?

«Uscire con gli amici, andare al cinema, bere un bicchiere di vino».

Come si spiega di essere così amato nel mondo pur avendo spaventato tutti a morte?

«Perché apprezzano la mia sincerità il mio esprimermi senza remore, perchè rimescolo nella mia anima, nel mio profondo, la mia metà oscura».

«Suspiria» fa quarant'anni. E hanno appena fatto il remake.

«Non ne so niente. Quando lo stavano girando vicino a Varese, il regista Guadagnino che è mio amico, mi ha telefonato per dirmi: ci farebbe tanto piacere che venissi a vedere qualche scena. Lì per lì ero incuriosito poi ci ho ripensato. Io mi vergogno ad andare lì a vedere le scene che ho fatto io cambiate, magari distorte, e così gli ho telefonato e gli ho detto che non me la sentivo più».

Ma il cinema come sta?

«Tutti si sforzano di dire che sta bene, che è migliorato ma non mi sembra proprio».

Ma quello italiano o americano?

«Quello italiano. Gli americani a volte tirano fuori piccoli capolavori».

Tipo?

«La la land è carino. Non tutto, la prima parte è molto bella, la seconda è troppo Hollywood. Ma anche loro non è che se la passino bene».

E il suo film «Sandman»?

«Bloccato non so perché: i produttori non riescono a mettersi d'accordo, si ferma, poi riparte. Non sono così assatanato da fare un film dietro l'altro però. Io lavoro lento».

E la serie tv?

«Parte da Suspiria de profundis, il romanzo di Thomas de Quincey, a cui mi sono ispirato per fare Suspiria. Sarà ambientato a Londra, Venezia, Roma. Ho fatto l'impalcatura, ora diversi sceneggiatori americani ci stanno lavorando».

Poi diceva: non c'è fretta...

«Anche se, sa com'è, quando invecchi gli anni si accorciano».

Come uscire vivi da questo inferno che è il mondo di oggi?

«Chi lo sa. Molte delle cose che ci accadono rimangono senza risposta. E in fondo è giusto così».

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