"I Santi d'Italia" in una galleria con alcuni peccati

I Santi d'Italia in una galleria con alcuni peccati
27 Aprile Apr 2017 27 aprile 2017

Tanto di cappello ai capolavori artistici esposti, ma visitando l'umbratile mostra milanese «I Santi d'Italia. La pittura devota tra Tiziano, Guercino e Carlo Maratta» (Palazzo Reale, fino al 4 giugno) il turista cava l'impressione che la santità sia cosa di tempi remoti, al massimo medievale. Le luce fioca, poi, aggrava ulteriormente l'animo già afflitto da croci, teschi e penitenze. Di santi «d'Italia» ci sono i patroni, Francesco e Caterina, più i milanesi Ambrogio e Carlo Borromeo. Gli altri (pochi) non sono italici (non lo era nemmeno Ambrogio), a parte il centurione Cornelio (appartenente alla coorte Italica) battezzato da san Pietro. Che era palestinese, così come gli Apostoli, e Anna e Gioacchino genitori della Vergine. Antonio Abate era egiziano, Volfango era di Ratisbona, Floriano di Lorch austriaco. E si potrebbe continuare con Cristoforo di Licia, salvando Agata e Lucia che erano siciliane.

E poi la cupezza: santa Caterina da Siena medita davanti a un teschio e ha la corona di spine, san Francesco riceve (più volte, nella mostra) le stimmate sanguinanti. La visione di san Carlo Borromeo? L'agonia di Cristo nel Getsemani. Impressione finale: la santità è roba di preti, frati e suore. Certo, si tratta di opere al più settecentesche e commissionate per chiese e cappelle conventuali, perciò riflettono una sensibilità datata. Ma le statistiche vaticane dicono altro: in una hit parade mondiale della santità canonizzata l'Italia svetta e domina la classifica rispetto alle altre nazioni di tradizione cattolica, subito seguita da Spagna e Francia. Sono decine di migliaia di figure, impossibile metterle in mostra. Non solo. Arrivando fino ai giorni nostri, il capolavoro pittorico cede il posto alla fotografia e al filmato. E meno male, stante la condizione dell'«arte» odierna. Concepire diversamente una mostra sui «Santi d'Italia»? Si potrebbe, ma si porrebbe il problema della scelta. E della rappresentatività. I Santi d'Italia, grazie a Dio, non sono solo frati e suore, ma anche medici come Gianna Beretta Molla e Giuseppe Moscati. Abbondano nei consacrati perché gli «istituti di perfezione» si chiamano così perché in convento è, teoricamente, più facile perseguire la santità, essendo il luogo appositamente predisposto. Ecco allora i Padre Pio, santo recentissimo e arci-italiano. La mostra milanese (a cui vanno, a prescindere, i nostri complimenti) ha privilegiato l'aspetto artistico, accettando - si suppone a malincuore - di fuorviare parzialmente il visitatore straniero e ignaro di mistica dando spazio a san Pietro (galileo) e san Paolo (cilicio) per l'indubbio ruolo di romanizzatori del cristianesimo. Non erano italiani ma lo sono diventati, perché qui da noi sono morti. Stesso discorso può farsi per sant'Ambrogio, nato all'estero ma diventato il più milanese dei santi. Ma l'enfasi su san Francesco e santa Caterina fa il paio con quella su Ambrogio e il Borromeo: occupano da soli quasi tutta la mostra, gli altri Santi sembrano essere lì solo come riempitivo.

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