"La letteratura è una scienza e lo scrittore un entomologo"

La letteratura è una scienza e lo scrittore un entomologo
4 Maggio Mag 2017 04 maggio 2017

L'autrice racconta come nascono i suoi romanzi: "Descrizioni precise, frasi scolpite, parole essenziali"

«L a tigre e l'acrobata è stato, in assoluto, il libro più difficile da scrivere. Ci sono voluti due anni». Susanna Tamaro dice che, anche «dopo ventitré libri», fra cui il bestseller Va' dove ti porta il cuore e successi come Anima mundi, Illmitz, Per voce sola (tutti Bompiani; alcuni in ristampa da La nave di Teseo dal 25 maggio), «il processo creativo rimane misterioso, affascinante». A volte interrotto, ostacolato, ripreso, come nel caso dell'ultimo romanzo, La Tigre e l'acrobata (La nave di Teseo): «Avevo scritto una parte più di due anni fa, poi l'ho lasciato a metà e mi sono detta: non ce la farò. Lo consideravo un tentativo fallito; poi, dopo un anno, mi è venuto in mente come andare avanti e l'ho finito nel giro di qualche mese».

Di solito quanto impiega a scrivere?

«Mi vergogno a dirlo... Molto pochino, diciamo dai dieci giorni ai due mesi. Ho le idee chiare: di solito non mi perdo, non mi fermo, non rifaccio capitoli».

Quando scrive?

«Fra i primi di dicembre e i primi di febbraio, quando la campagna dorme. Sono una scrittrice invernale. Serve il buio intorno».

Mai fatto una eccezione?

«Due soli libri, Luisito e Il grande albero, scritti in estate».

Perché dice che il processo della scrittura è misterioso?

«Perché non so come finirò, né che cosa scriverò il giorno dopo, altrimenti mi annoierei. All'inizio ho solo una immagine, so di che cosa voglio parlare. Il resto avviene scrivendo».

E una volta finito?

«Di solito va già bene, al massimo cambio qualche parola. Lo faccio leggere a delle persone del paese, lettori normali, per farmi un'idea. Se il risultato è buono, allora lo pubblico».

A volte ha deciso di non pubblicare?

«Sì, ci sono cose che non ho finito, oppure non mi convincevano. Ci vuole coraggio per non pubblicare, perché scrivere è faticoso. Ma bisogna essere severi con sé stessi».

Parliamo della lingua dei suoi romanzi?

«Certo, in questo racconto c'era un bisogno di pulizia pazzesco».

Ma è tipico della sua scrittura.

«Sì, infatti all'estero nei corsi di italiano usano come testo Va' dove ti porta il cuore, perché è una scrittura molto pulita».

Come la ottiene?

«Con un grande lavoro, a monte, sull'essenzialità della parola: per me meno si scrive, meglio è. Se uso un aggettivo deve essere perfetto. Uno solo, non tre. La frase deve essere scolpita: è l'asciuttezza che la rende memorabile».

Come l'ha imparata?

«Sono cresciuta a Trieste, da bambina ho avuto molto tedesco nelle orecchie: una lingua di grande precisione. Questa sobrietà nordica mi ha influenzato. L'italiano è una lingua molto ricca, sonora: saprei scrivere anche io così, ma voglio comunicare a questo livello, il gioco letterario non mi interessa».

Dal punto di vista pratico come procede?

«Riempio dieci-dodici quaderni di appunti, per sette o otto mesi: è una prima scrematura delle parole che ho bisogno. Penso all'argomento, alla trama, ai personaggi, fino a che capisco, a un certo punto, che tutto è pronto ed è il momento di passare alla stesura del libro».

È automatico?

«È il momento più ansiogeno: perché serve una grande immagine d'apertura, la prima pagina, che è la parte più difficile. Se non c'è, non c'è il libro...»

E poi?

«Una volta che viene fuori, la scrivo in un'ora. Poi scrivo cinque-sei pagine al giorno, solo al mattino».

A chi si ispira per il linguaggio?

«A nessuno. È il mio linguaggio, anomalo in Italia: per questo non mi hanno pubblicato a lungo».

Scrittori del passato a cui si ispira?

«Molto a Kafka, un grandissimo maestro, e alla letteratura tedesca, centro-europea, russa. Dostoevskji, i classici, i grandi inglesi dell'Ottocento, Dickens in particolare. E poi la poesia, che dà quell'essenzialità della lingua che, spesso, nella narrativa non c'è: Rilke, Montale, Emily Dickinson».

Che altro legge?

«Quasi nulla di narrativa, ne leggevo tantissima da giovane. Ora le narrazioni ci assediano... Leggo opere di saggistica, sono onnivora: scienze naturali, biologia, entomologia, agraria, coltivazioni, piante, economia. Per esempio il saggio di Frans De Waal, Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza degli animali?»

Poesia?

«Pierluigi Cappello è il mio preferito, ora».

A livello letterario chi l'ha influenzata?

«Per riuscire a scrivere devi leggere i classici. Sicuramente mi ha influenzato più la letteratura europea di quella italiana, che ho letto più tardi. A parte Il Gattopardo, che è un capolavoro assoluto».

In tutti i suoi libri ci sono gli animali. Piccola tigre, il pappagallo Luisito, i canarini, i pesci, i cani, i serpenti. Perché?

«Da piccola volevo fare lo zoologo, la scrittura non mi interessava. Leggevo ossessivamente due volumi di un'enciclopedia tedesca, il Brehm, di uno zoologo dell'Ottocento: è stato il libro su cui ho sognato durante l'infanzia».

Come la Agnese di Illmitz?

«Agnese è il mio ritratto. Ero sicura che avrei fatto lo zoologo e avrei esplorato il mondo. Ho una mente scientifica, precisa, da entomologo: quando scrivo, la precisione delle descrizioni è proprio da entomologo, più che da scrittore».

Le classificazioni che compaiono in tanti suoi romanzi?

«Certo. Io vado in giro e classifico, le piante, gli animali, i sassi. È la mia mente».

A parte l'enciclopedia, quali altri libri l'hanno influenzata, per quanto riguarda gli animali?

«Da piccola non amavo leggere. Però ero sedotta da Jack London, perché amavo i cani. E poi tutto Kipling, Andersen, che mi hanno influenzato molto. In Italia, a parte Tozzi, non c'è una tradizione di racconto con la presenza di animali. Anzi, spesso mi arrabbio perché trovo delle sviste gravi: la maggior parte degli italiani non distingue una vespa da un'ape».

Con la sua passione entomologica...

«C'è l'influenza di Kafka, ovviamente. Gli insetti sono inquietanti macchine perfette, la prova generale di un mondo senz'anima. Forse prenderanno il nostro posto, quando ci saremo autodistrutti».

In Per voce sola c'è una donna che, nella sua follia, vorrebbe che le api le succhiassero via i virus dalla testa...

«A Trieste, la città di Basaglia, c'erano i matti per strada. Un giorno ne incontrai uno a un semaforo che chiamava le api affinché lo purificassero dai pensieri angosciosi. A volte la realtà offre più della nostra fantasia».

Qual è il suo obiettivo quando scrive?

«Primo, non annoiarmi. Scrivo in una specie di studio, una casetta in un bosco. Allora faccio così: al mattino accendo il fuoco, poi vado a casa a fare colazione; se mentre torno ho un senso di impazienza, vuole dire che il libro funziona. Se no significa che la strada è sbagliata: se mi annoio io, figuriamoci i lettori».

E se non funziona?

«Quando scrivi incontri dei bivii. Magari ne prendi uno sbagliato. Allora torni indietro, butti tutto e ricominci. È una delle cose più difficili».

Succede spesso?

«Succede sempre quando hai già deciso che cosa farà il protagonista. Invece devi fare scegliere a lui, alla storia».

La natura nei suoi libri è sempre crudele. C'è molto Leopardi?

«Molto, sì. Lo Zibaldone è un libro fondamentale per me. Darwin, che aveva studiato teologia, perse la fede in un Dio buono vedendo delle vespe che depongono le loro uova in un bruco, il quale non muore, ma viene divorato dalle larve: vive così, paralizzato, ma vivo. Una cosa raccapricciante. La visione idilliaca della natura è solo di chi le vive lontano».

Lei ci vive immersa.

«Oggi si sono svegliate le rane dal letargo, magnifiche. Io adoro gli anfibi, le rane in particolare, che compiono la metamorfosi. Una grande metafora umana».

Influenze classiche?

«Naturalmente ho letto Plinio, le Georgiche di Virgilio, poi Lucrezio, uno dei miei cavalli di battaglia. Il trattato di agricoltura di Columella, Aristotele, i Bestiari medievali. Sono molto curiosa, poi tutte queste cose vengono fuori quando scrivo. Avrei voluto fare anche la paleontologa. Troppe cose da studiare...».

Avrebbe voluto essere un po' Von Humboldt?

«Ecco, il mio ideale. Queste figure ottocentesche, come Goethe del resto, letterati appassionati di piante, di minerali, di biologia. C'era meno settorialità».

E nel Novecento?

«Konrad Lorenz. Lo considero il mio maestro, dal punto di vista del pensiero e della vita, per la passione per gli animali. Mi ha influenzato molto».

Anche nella scrittura?

«Scrive anche molto bene. L'ho letto tutto, testi divulgativi e non. Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, scritto all'inizio degli anni Settanta, è una radiografia profetica della società occidentale».

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