Al Padiglione Venezia trionfa la capacità "artigiana" di creare

Al Padiglione Venezia trionfa la capacità artigiana di creare
11 Maggio Mag 2017 11 maggio 2017

Materiali e tecniche di ieri per trovare una nuova bellezza

Dal nostro inviato a Venezia

E Luxus fu. Si accendono le 44 luci dell'immenso lampadario in cristallo dorato di Barovier&Toso, e Venezia torna a risplendere. Il suo futuro è nel passato. E la salvezza dell'arte contemporanea è nell'altissimo artigiano della tradizione. Spazzate via la paccottiglia degli oggetti turistici e dei falsi d'autore, e godete l'unico verbo che deve coniugarsi all'arte la magnificenza del lusso d'artista.

Benvegnù al Padiglione Venezia della Biennale, dal 1932 spazio storicamente d'eccezione, poi appannatosi per molte edizioni (era diventato una galleria per pittori locali) e, oggi, curato da Stefano Zecchi, il veneziano più veneziano del mondo (è nato accanto alla Torre dell'Orologio, in piazza San Marco) e diretto artisticamente da Beatrice Mosca, nipote di tanto nonno, la vetrina dell'artigianato d'arte della città rinasce a nuovo sfarzo. Il titolo è Luxus. E l'idea quella di tornare a mostrare l'eccellenza della produzione di oggetti d'arte delle aziende storiche della Laguna. È già tutto qui, nella prima sezione del padiglione, bellissimo e scenografico: casse di vetro grezzo, pietre preziose, tessuti, porcellane, stoffe. «L'arte spiega Zecchi dopo le grandi avanguardie, dagli anni '70 è un friggere sempre le stesse cose. Senza capacità di sperimentazione nella forma e senza un'idea di Bellezza, resta il Niente. Perso il cammino, si deve tornare al'origine: alla téchne, che non vuol dire tecnica, ma saper fare. Cioè l'artigianato. Quello che ha creato la bellezza del mondo greco e romano, prima che con il Rinascimento nascesse la figura dell'artista».

E in una Biennale strapiena di (troppi) artisti, il padiglione più bello è quello dei nuovi artigiani. Materiali e tecniche di ieri, imprenditorialità di oggi. Risultato: 300 mq di lusso sfrenato. Scosti il grande sipario di velluto rosso della Fenice, ed ecco i mosaici coloratissimi di Orsoni (l'azienda che sta costruendo, così per dire, il bagno d'oro di Elton John), le bottiglie di vino con l'etichetta in foglia d'oro della tenuta Venissa da 300 euro l'una, e poi i crogioli in ghisa smaltati dove si fonde l'oro veneziano, lampadari di cristallo di Murano da 400mila euro, poltrone di raso, i broccati di Rubelli in filo d'oro coi quali è stato realizzato il sipario del teatro Bolshoi... Il mondo del padiglione Venezia è magico, sontuoso, elegantissimo. Ecco la Porta d'Oriente: l'attraversi e sei di fronte a un elefante di scena della Fenice (e non capisci più bene la differenza, se c'è, tra arte e artigianato...), ecco le sete preziose di Bevilacqua, ecco la lampada di Aladino uscita dal laboratorio di Abate Zanetti, ecco in una teca il sandalo-scultura di Caovilla col cinturino di luci a led («Dentro, ad avvolgere la scarpa-tentazione, vorremmo metterci un pitone, vero spiega Zecchi -, stiamo trattando con gli animalisti».

Qui non ci sono loghi, ma firme. Il fatto che arte e impresa coincidano, è solo una serenissima coincidenza. Ecco ci siamo. L'ultima sala: quella del banchetto. Lux, luxus, luxuria. Una tavola magnificente apparecchiata da Marco Nereo Rotelli su un pavimento in vetro riflettente con le stoviglie settecentesche di Cozzi, i calici di Zafferano, le posate e i candelabri d'argento di Zaramella L'arte è servita. Abbuffatevi.

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