Il fenomeno Le Pen? Impossibile da importare in Italia

Il fenomeno Le Pen? Impossibile da importare in Italia
11 Maggio Mag 2017 17 giorni fa

L'ormai ex Front National unisce tradizioni diverse che iniziano con la Rivoluzione

L' albero genealogico della destra francese affonda le sue radici lontano nel tempo, all'epoca della grande rivoluzione del 1789. Fu allora che i deputati dell'Assemblea Nazionale si divisero, di fatto, in due schieramenti, droite e gauche, separati dalla loro diversa posizione nei confronti del veto del Re alle leggi emanate dal Parlamento. Poi, man mano che la rivoluzione procedeva, andò precisandosi una droite sempre più controrivoluzionaria che, dal punto di vista, intellettuale avrebbe annoverato esponenti come Joseph De Maistre, de Bonald, Chateaubriand e via dicendo. Giustamente Marco Gervasoni fa partire il suo recente volume dal titolo La Francia in nero (Marsilio, pagg. 320, euro 17,50) proprio dalla grande rivoluzione del 1789 per tracciare un profilo storico dell'estrema destra francese fino a Marine Le Pen. Tuttavia molta acqua è passata sotto i ponti della storia e, probabilmente, del bagaglio della tradizione controrivoluzionaria non molto, se non in qualche piccola frangia, è rintracciabile in un partito, il Front Nazional, che, con il suo «populismo», è molto lontano dalla tradizione elitaria propria della droite francese delle origini.

Ben oltre mezzo secolo fa, verso la metà degli anni Cinquanta, un grande storico cattolico francese, René Rémond, pubblicò un volume dedicato alla storia della destra francese dal 1815 in poi. L'opera partiva dal presupposto che tale storia si identificava con quella delle alterne vicende di più «destre», ognuna dotata degli attributi sistema di pensiero, temperamento, sostenitori tipici di una vera tradizione politica. La prima di queste destre, la destra ultra o legittimista, era nata all'epoca della rivoluzione francese. Si riallacciava a principi e valori ritenuti «metastorici», assoluti e permanenti. Essa rappresentava, per lo studioso francese, il limite non oltrepassabile sullo scacchiere destro del sistema politico francese. Poi, comparvero una destra «orleanista» proiettata verso il centro e frutto di un'alleanza fra centro-destra e centro-sinistra e, in seguito, una destra «bonapartista» e plebiscitaria. Man mano che, col trascorrere del tempo, facevano la loro comparsa formazioni politiche sempre più proiettate a sinistra si operava il fenomeno dello «slittamento» verso destra di concetti originariamente propri della tradizione radicale e rivoluzionaria come, per esempio, i concetti di nazione e di nazionalismo. Le successive combinazioni fra queste tre «destre» ottocentesche ultra, orleanista e bonapartista sono all'origine di tutti i movimenti politici della destra francese e ne spiegano le loro caratteristiche e, spesso, la loro inassimilabilità a forze politiche omologhe di altri paesi europei.

Anche il saggio di Marco Gervasoni si muove lungo il solco tracciato da Rémond (e approfondito da altri studiosi francesi come Michel Winock, Jean-François Sirinelli e Olivier Dard) e si propone di spiegare le metamorfosi della destra, politica e culturale, francese, la più longeva e culturalmente definita d'Europa, fino ai nostri giorni. Nelle sue pagine incontriamo così personaggi come Charles Maurras con il suo progetto di «nazionalismo integrale» finalizzato alla restaurazione della monarchia o Georges Valois, fondatore di un movimento fascistoide con molti tratti derivati dalla tradizione anarchica e dal sindacalismo rivoluzionario. Ma anche intellettuali come Pierre Drieu La Rochelle e Robert Brasillach, espressioni, in fondo, tragiche dell'irrazionale e decadente «romanticismo fascista» analizzato da Paul Sérant in un celebre libro. E scopriamo come alcuni momenti o episodi della storia recente francese la stagione di Vichy e del collaborazionismo come pure la guerra d'Algeria abbiano rappresentato un crinale non soltanto nelle vicende del paese ma anche in quelle della destra o, se si preferisce, delle destre francesi.

La conoscenza di questo retroterra, storico e ideologico-culturale, delle vicende della destra francese è necessaria per comprendere, al di là degli stereotipi e della polemica politica, la natura e le trasformazioni del Front Nazional. Il fondatore stesso, Jean Marie Le Pen, fece la prima comparsa politica come esponente, e giovane parlamentare, di un movimento, quello creato da Pierre Poujade, la cui polemica contro la politica e i politicanti aveva, più che caratteristiche ideologiche, connotati che oggi sarebbero riconducibili al fenomeno del cosiddetto «populismo». Quello di Poujade non era un movimento fascista, come qualcuno sosteneva, e il suo programma si caratterizzava per una vena di anticapitalismo propria dei ceti della piccola e media borghesia, commercianti e imprenditori, vessati dal fisco e dall'interventismo dello Stato. Il poujadismo, per esempio, non aveva affascinato gli epigoni di Charles Maurras che gli contestavano la rozzezza intellettuale e che nelle loro riviste accoglievano scrittori celebri come Louis Pauwels e intellettuali importanti come gli storici Raoul Girardet e Philip Ariès.

Quando, molto tempo dopo, all'inizio degli anni Settanta Le Pen fondò il Front National, molte cose erano cambiate nell'universo della destra francese. C'era stata la guerra d'Algeria, che aveva visto transitare verso le sponde dell'estrema destra personaggi di rilievo, intellettuale e politico, provenienti dalla Resistenza e dal gollismo come Jacques Soustelle. E c'era stato, poi, il «Sessantotto» con tutto quello che aveva significato anche all'interno della destra con atteggiamenti contrastanti nei confronti di De Gaulle. Infine, dal punto di vista intellettuale, aveva fatto la sua apparizione la Nouvelle Droite legata al nome di Alain de Benoist.

All'inizio il Front National non fu il punto di raccolta delle varie anime della destra francese. Fu piuttosto il punto di ritrovo dei reduci delle battaglie per «l'Algeria francese» o i nostalgici della stagione di Vichy. Solo in seguito si avvicinarono elementi provenienti dal mondo cattolico integralista e dalla tradizione politica maurrassiana. Il Front National diventò sempre più un partito nel quale finivano per convivere diverse tradizioni, dal legittimismo monarchico al bonapartismo, tenute insieme da una visione «nazionalista» della storia e dei rapporti fra gli Stati ispirati al principio dell'«interesse nazionale».

La leadership di Marin Le Pen è riuscita in una impresa apparentemente impossibile, quella di prendere le distanze dalle posizioni più estremistiche del passato proponendo il Front National come un «partito dei patrioti», un partito laico, che lascia spazio alla componente tradizionalista e monarchica rappresentata fino a ieri dalla nipote Marion (che si è appena ritirata dalla politica). L'evoluzione del Front National è analizzata da un saggio di Nicola Genga dal titolo Il Front National da Jean-Marie a Marine Le Pen (Rubbettino, pagg. 224, euro 15) alla luce della categoria della «destra nazional-populista». Il riposizionamento del Front National lo ha fatto diventare la prima forza politica di Francia, ma non è stato sufficiente a far superare quella pregiudiziale legata alla memoria del passato: una pregiudiziale che, mutatis mutandis, ricorda la situazione che si verificò in Italia con l'«arco costituzionale» eretto contro il Movimento sociale italiano. Le presidenziali hanno segnato una sconfitta per il Front National, ma hanno fatto capire come la sua storia politica sia tutt'altro che finita perché nel medio-lungo termine questo partito potrebbe diventare un soggetto rilevante a patto che, come osserva Nicola Genca, si verifichino due condizioni, la «marginalizzazione delle forze socialiste», da un lato, e una «accresciuta influenza dello stesso FN sull'area gollista». L'annuncio di Marine Le Pen di voler cambiare il nome del partito va in questa direzione.

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