Pasquale Festa Campanile La felicità (e l'oblio) di un autore miliardario

Pasquale Festa Campanile La felicità (e l'oblio) di un autore miliardario
16 Maggio Mag 2017 12 giorni fa

Fu romanziere bestseller e regista di cassetta Oggi dimenticato, resta la sua lezione anti-snob

Tre nomi, un destino. Quello di vivere per gioco, scrivere per divertimento, mettere in scena un'eterna commedia. Ogni volta che Alberto Moravia sentiva nominare Pasquale Festa Campanile - lo racconta Raffaele La Capria, che fu amicissimo di entrambi - immediatamente borbottava: «Un concetto ripetuto tre volte».

Pasquale Festa Campanile aveva un concetto preciso sulla vita. E cioè che, per sopportarla, occorre divertere. Etimologicamente: «volgere altrove», ossia procurare piacere allo spirito distraendolo da altri pensieri. Beh, in questo - allestire spettacoli che divertono - Pasquale Festa Campanile era bravissimo. Numero uno assoluto. Lo sapevano i produttori, gli editori, i suoi amici, le sue donne, lui stesso. Un'intera carriera a fare (sor)ridere. Ogni occasione era buona: un articolo di giornale, uno spettacolo, un film, un romanzo...

Tre nomi, quattro mestieri - giornalista, sceneggiatore, regista, narratore -, tre mogli, le femmine più belle del suo tempo come amanti, 57 sceneggiature accreditare, 42 film, otto romanzi, un premio «Campiello» (Per amore, solo per amore nell'84), un «Bancarella» (La strega innamorata nell'86)... E appena 58 anni. Morì nel 1986. Tumore. Forse c'entra che fumasse cento sigarette al giorno («Buona parte della notte la passo a scrivere romanzi o copioni, sostenendomi a grappa, caffè e sigarette... Sono fatto in modo tale che non posso mettere le marce basse, se non metto la quinta non mi diverto», diceva) forse che nel suo copione fosse scritto così. Sfortuna.

Fortunatissimo in vita - i suoi libri erano popolarissimi e i suoi film amatissimi: lo chiamavano «l'autore-miliardo» - è stato completamente dimenticato post mortem. Oggi non c'è nulla in catalogo di suo (a parte La nonna Sabella, il suo primo romanzo, del 1957, ripubblicato da Bompiani nel 2004) e il mondo del cinema l'ha tagliato via, come una scena di troppo. Per fortuna, oggi, per i 90 anni dalla nascita (nel 1927, a Melfi, fu uno dei tanti «provinciali» che trionfarono a Roma) le edizioni Hacca portano in libreria un pugno di bellissimi racconti giovanili, scritti tra il 1948 e il 1951 per la Fiera Letteraria, all'epoca una delle riviste culturali più importanti del Paese, sotto il titolo La felicità è una cosa magnifica (prefazione di Andrea Di Consoli, postfazione di Raffaele Nigro). «Festa Campanile è uno di quegli autori, come Arpino, Soldati o Chiara, che sa raccontare storie che fanno parte del tempo quotidiano, ma non si fanno ammazzare dal peso del grigiore quotidiano - ci dice Giuseppe Lupo, che dirige la collana Novecento.0 in cui appaiono i testi desaparecidos -. Le sue sono scritture che raccontano sentimenti, vincoli familiari, vicende del passato e che obbediscono sempre a una specie di sguardo obliquo. Recuperare questi racconti è un modo per sottolineare che c'è stato anche un '900 letterario non ideologico e intellettualistico».

Molto colto e altrettanto disimpegnato, ironico e per nulla militante, semmai idealista ma non ideologico, Pasquale Festa Campanile dal punto di vista letterario iniziò con una scrittura d'élite che si muoveva tra il neorealismo e il fantastico, per svoltare poi verso il bestseller (Per amore, solo per amore e La strega innamorata vendettero tantissimo), così come cinematograficamente partì come sceneggiatore de Gli innamorati di Bolognini e Il gattopardo di Visconti e finì trionfando al botteghino con Qua la mano, Culo e camicia, Bingo Bongo, Porca vacca...

Passare da una lirica vena narrativa meridionalistica alle gag scurrili di Celentano e Pozzetto, costa caro. Pasquale Festa Campanile pagò tutto. Perse la critica accademica, guadagnò il grande pubblico. Pasqualino, Pasqualino...

Oggi sottovalutato come scrittore e sminuito come regista, in vita però Pasqualino portò casa tutto. Nastri d'argento, David di Donatello, premi letterari. L'aneddotica narra che fosse capace di scrivere in una notte un soggetto, forse persino un'intera sceneggiatura. Era - come scrissero alla sua morte - un perseguitato dal successo. Tutti, in quegli anni, videro le sue commedie, in bilico tra leggerezza e trash, come Dove vai tutta nuda? (1969), Quando le donne avevano la coda (1970), Il merlo maschio (1971) o Il corpo della ragassa tratto dal romanzo di Gianni Brera, anno di scarsa grazia 1979 (però «filmetti» come Autostop rosso sangue o Il ladrone con Enrico Montesano mantengono un loro perché). Perché, poi, Pasquale Festa Campanile - straordinaria capacità di scrittura popolare e raro fascino di dandy del Sud - viveva tra set cinematografici, cene di gala, party, premi e splendide attrici: Catherine Spaak, Laura Antonelli, Corinne Cléry, Ornella Muti, Barbara Bouchet, Maria Rosaria Omaggio, Grazia Maria Spina...

La sua spina, ovviamente, fu essere considerato più uomo di cinema che uomo di lettere. «Mi piace fare il regista, ma mi sento più scrittore», fu il suo rimpianto. Ma accettò tutto. Era esuberante, estroverso e paziente. E sapeva farsi voler bene. Ai suoi funerali, nella chiesa di Santa Maria in Vallicella, a Roma, nel febbraio del 1986, c'erano tutti: Johnny Dorelli, Beniamino Placido, Garinei e Giovannini (con loro scrisse la commedia musicale Rugantino), la De Sio (che con Ben Gazzara recitò nel suo ultimo film, Uno scandalo per bene, sul caso dello smemorato di Collegno), Franco Rosi, Corbucci, Suso Cecchi D'Amico, Tognazzi (fece con lui Il petomane), Ettore Scola, Lina Wertüller, Verdone padre e figlio, e tutti i produttori cui fece guadagnare i famosi miliardi...

Regista versatile, spregiudicato, tutt'altro che snob - «Molto riconoscibile sia nell'accuratezza della messa in scena che nella dissacrazione dei luoghi comuni delle ipocrisie borghesi e delle trappole del politicamente corretto di sinistra o dei valori tradizionali. Fu implacabile con le debolezze umane, soprattutto maschili, oltremodo ossessive, verso cui si mostrava al più condiscendente anziché assolutorio, pur mantenendo una sensualità di sguardo verso le figure femminili, quantunque mercificate», ci racconta di lui lo storico del cinema Anton Giulio Mancino - fu scrittore elegante, talentuoso e del tutto anomalo rispetto al proprio tempo. I suoi libri e i suoi film parlavano in toni delicati e in modo non scontato di omosessualità, travestitismo, malattie mentali, il rapporto con la fede, basti pensare a Per amore, solo per amore, romanzo sulla «più grande storia d'amore mai raccontata». Quella tra Giuseppe e Maria di Nazareth.

Ci vuole coraggio, e un nome come Pasquale Festa Campanile, per scriverla.

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