Musica, treni e bambole contro il morbo dell'oblio

17 Maggio Mag 2017 11 giorni fa

Le nuove tecniche danno sollievo ai malati. C'è anche un'app che aiuta a non dimenticare i giorni e i volti dei figli

di Maria Sorbi

Giocare con le bambole, ascoltare una canzone con le cuffie, simulare un viaggio in treno, consultare un'app. L'Alzheimer si combatte anche così. Con gesti che, in tutta la loro semplicità, si rivelano terapie utili a migliorare la qualità di vita dei malati. E li aiutano a gestire le emozioni che ogni tanto riaffiorano, come lampi, da un passato eroso dal buio. Nelle case di cura e nei centri di assistenza si utilizzano vari metodi per dare sollievo agli anziani colpiti dal morbo che cancella la memoria. E ognuna di queste aiuta a ritrovare un po' di pace dentro di sé, a sentirsi meno persi, a trovare dei punti di riferimento in un vuoto che poco a poco sembra divorare tutto. Compreso il ricordo delle persone della propria vita, il tragitto fra letto e bagno, la percezione del giorno e della notte.

LA NINNA NANNA

Cullare tra le braccia una bambola e sussurrarle una ninna nanna dà sollievo a molti pazienti, soprattutto donne. Risveglia quell'istinto atavico del dedicare cure a qualcuno. La doll therapy evita l'accavallamento di idee e stati affettivi che, non avendo un filo di unione, generano stati di disagio e disordini del comportamento. Per questo negli istituti per anziani si gioca con i bambolotti, simili in tutto e per tutto a un neonato, e su di loro si concentrano le attenzioni. Tuttavia ci sono pazienti che rifiutano la terapia delle bambole e che, magari, sentono riaffiorare ricordi negativi della propria infanzia o stati di ansia nel doversi prendere cura di qualcuno. Agli anziani viene anche proposto di prendersi cura di gattini o cuccioli di cane, di accarezzare teneri coniglietti e assecondare tutte le sensazioni piacevoli che le coccole della pet therapy possono accendere.

TUTTI A BORDO

Dall'associazione Alzheimer di Bari al centro diurno Temenos in Molise, dal Pio Albergo Trivulzio di Milano alla fondazione Tusculum in Svizzera. Sono una decina i centri in cui si applica la terapia del treno. Si tratta della simulazione di un viaggio in un vagone, con tanto di annuncio all'altoparlante e panchina lungo i binari. Di fatto è un percorso a ritroso nella propria memoria, o almeno in ciò che ne rimane. Dai finestrini non spuntano solo paesaggi ma ricordi, vecchie fotografie, evocazioni, immagini famigliari che possono solleticare i neuroni e far riaffiorare alla mente ciò che sembrava perso in chissà che meandro del cervello. Ovviamente il giro in treno viene affiancato da una serie di colloqui con gli «assistenti di viaggio» che cercano di personalizzare il percorso senza stimolare ricordi troppo violenti e difficili da gestire.

E poi c'è la musicoterapia, con le canzoni ascoltate con le cuffie o in gruppo. Ci sono sensazioni che solo la musica può dare e, a quanto pare, sono fondamentali anche per chi soffre di Alzheimer. Trasmettono serenità, agevolano la condivisione e spezzano, almeno per un po', quell'isolamento e quell'oblio a cui un malato di demenza sembra condannato. «La musicoterapia - conferma Cinzia Negri Chinaglia, responsabile del centro Alzheimer del Pio Albergo Trivulzio di Milano - si è rivelata molto utile per controllare i disturbi del comportamento anche quando la malattia è già in una fase avanzata. È una tecnica comprovata e parecchi studi certificano la sua efficacia. In generale l'approccio migliore per assistere i malati è quello multidimensionale, cioè quello che affianca terapia farmacologica, attività fisica e attività occupazionale (con attività che spaziano dalla pittura alla cucina)».

L'APP DELLA MEMORIA

«Come si chiama mio figlio?». «Si chiama Riccardo e questa è la sua foto». Là dove la memoria inabissa i ricordi, arriva l'app di supporto che archivia il passato e dà una mano a gestire la quotidianità. Ricorda che è ora di cena, suggerisce il piatto preferito, aiuta a ricapitolare che giorno è, che ora è. E compensa quei buchi e quello smarrimento che lasciano inermi. L'applicazione si chiama Chat Yourself ed è in grado di simulare una conversazione con il paziente, tenendo a mente le informazioni che lui dimentica. Il progetto, messo a punto dall'agenzia Young & Rubicam con il patrocinio di Italia Longeva è stato sostenuto dal Ministero della Salute, dalla Regione Marche e dall'Irccs Inrca, in collaborazione con Facebook. E apre al strada a un nuovo modo per gestire la malattia. Sia per l'anziano sia per la sua famiglia. Si tratta di un piccolo aiuto in più nella gestione delle giornate e delle azioni più semplici del quotidiano. In alcune fasi, i pazienti si dimenticano di mangiare o di lavarsi. Tante volte non lo fanno perché non ricordano più come arrivare alla cucina o al bagno. L'app è una via per farli sentire più autosufficienti e non «comandati» a bacchetta su quel che devono e non devono fare. In sostanza affianca la tecnica Rot, cioè la terapia di orientamento alla realtà. Migliorare la qualità della vita è fondamentale visto il lungo decorso della malattia e vista la quantità delle persone che ne soffrono: in Italia i malati di Alzheimer sono un popolo di 600mila anziani e si prevede possano raddoppiare nei prossimi vent'anni. Ma bisogna considerare che il morbo colpisce (indirettamente) anche i parenti, che spesso hanno difficoltà ad accettare di vedere i propri cari del tutto assenti e sono impreparati ad aiutarli nel modo giusto. Per questo uno dei primi passi da fare dopo la diagnosi è non isolarsi e rivolgersi a un'associazione per imparare il linguaggio dell'Alzheimer.

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