Ma da romano vi dico: «Quanto è secchiona questa vostra Milano»

18 Maggio Mag 2017 18 maggio 2017

Il confronto con la «discola» Roma il tema portante degli Stati generali al teatro Parenti

di Andrea Cuomo

Milano vista da un romano è una città di un'altra nazione, in cui si parla incidentalmente la stessa lingua. È un luogo con le valigie pronte per l'Europa e se l'Europa chiude pazienza, c'è sempre il mondo. E in quelle valigie ha stipato tutto il meglio dell'Italia (il cibo, il design, la moda, i libri, perfino il clima sempre più mediterraneo) come fosse un Expo permanente, un'Italialand che basta pagare il biglietto e te la spassi. Certo, anche a voi milanesi ogni tanto rode perché c'è traffico. Ma davvero credete che sia traffico quella cosa là? Davvero davvero? Anche voi borbottate quando una linea della metro si guasta. Ma perché una metro si guasti primo requisito è che esista e funzioni. Queste, credeteci, sono cose fisiologiche. Normali. Ecco, questa è la parola chiave: normalità. Milano è una città normale, il che non vuol dire che sia una normale città. È ciò che la rende così diversa dalle altre grandi città italiane, così folli, così anormali.

Chi scrive è stato invitato, martedì sera, al teatro Parenti a raccontare la «sua» Milano in un contesto particolare: gli stati generali di Milano Città Stato, un «think tank» che si propone di esplorare la possibilità di dare più peso politico e più autonomia al capoluogo lombardo. Sul palco si sono alternati politici come l'ex ministro Corrado Passera, Marco Cappato (Radicali), Alessandro de Chirico (Forza Italia), Filippo Barberis (Pd), Alessandro Morelli (Lega), giornalisti, intellettuali, esponenti della società civile. E un romano come chi scrive. Che vive a Milano da 25 mesi, che è troppo poco per sentirsi milanese ma abbastanza per non sentirsi più romano. E quindi crede di potere avere un'idea di entrambe le città: una, Milano, città-Stato, appunto, nel senso di metropoli autosufficiente. E l'altra, Roma, invece Stato-città, anzi due stati in un'unica città, entrambi ben sotto la sufficienza.

La prima cosa che colpisce chi si trasferisce a Milano da Roma è il differente rapporto con il tempo. Tre minuti possono essere milanesi oppure romani. E la differenza non è di poco conto. A Milano quando sei sulla banchina della metropolitana e il display dice «3 minuti e mezzo», dapprima ti sorprendi per quella che ti sembra una minuzia cervellotica da nerd ma poi puoi scommettere che entro due minuti e 40 secondi le porte del convoglio ti si apriranno davanti. A Roma susciterebbe ilarità la sola idea di segnalare il mezzo minuto. E anche l'indicazione «3 minuti» non va presa troppo sul serio. Vuol dire che il treno passerà abbastanza presto, tutto sommato. E chi scrive queste cose le ha verificate cronometro alla mano sulle banchine di entrambe le città. Perché era imbruttito prima di arrivare a Milano e quindi si sente come un ebreo che sia arrivato nel suo Israele.

Altra differenza sono gli amministratori. Ogni cittadino italiano in fondo ha due sindaci, quello del proprio comune e quello di Roma, che è come se appartenesse a tutti perché sta sempre sui giornali, è un po' una maschera della commedia dell'arte. Arlecchino. Pantalone. In questo caso Colombina. Il sindaco di Milano invece due mesi dopo le elezioni entra in una zona grigia da amministratore delegato di un'azienda che fa utili. Qualcuno ne dimentica anche il nome.

Roma e Milano sono come quei figli, il primo discolo e sempre sull'orlo della bocciatura, l'altro educato e secchione. Mamma e papà finiranno per dedicare più attenzioni al primo. Ma alle volte anche i secchioni, nel loro piccolo, si incacchiano.

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