Mossad furioso, Netanyahu no. Israele si divide

Mossad furioso, Netanyahu no. Israele si divide
18 Maggio Mag 2017 5 giorni fa

Gerusalemme si interroga sulle relazioni con gli Usa alla vigilia della visita

Gerusalemme In Israele ci si preoccupa, qualcuno laggiù dalle parti di Raqqa forse a causa delle rivelazioni di Trump sta rischiando la vita o è già stato fatto fuori; forse mesi, anni di lavoro sono andati in fumo, forse il rapporto fra i servizi segreti israeliani e americani, essenziale per tutto il mondo, porterà i segni di una ferita. E questo avviene alla vigilia della visita di Trump in Medio Oriente che inizia il 22, la sua prima uscita, una visita caricata di aspettative sia dall'amministrazione americana sia da Israele. Israele adesso discute sulla credibilità, sulla prevedibilità dell'interlocutore tanto atteso, mentre l'opposizione che punta a un fallimento della visita, spara a zero. Ma da parte del governo si tace e si placano le acque: è impensabile, dice il commentatore militare Allon Ben David che i rapporti fra Israele e gli Usa si sciupino per questo.

La storia è nota: il New York Times ha riportato che all'origine dell'informazione ultrasegreta che Donald Trump ha rivelato al ministro degli esteri Sergej Lavrov e all'ambasciatore russo Sergey Kyslyak la settimana scorsa c'è Israele. Ovvero: Trump avrebbe rivelato durante uno scambio di informazioni sulla guerra contro lo Stato Islamico, che una fonte israeliana riporta che l'Isis ha intenzione di fare esplodere arei americani introducendo esplosivo nel laptop. Perché l'ha detto? Tutti dicono la loro: per vantarsi, perché ancora gli sfuggono le regole della segretezza, perché i russi sono per Trump molto importanti. Come è uscita fuori la faccenda? Perché negli Stati Uniti, dopo la cacciata di James Comey certo è immaginabile una vendetta che viene da dentro l'Fbi e punta all'impeachment. Una vicenda più complicata nei rapporti Usa-Israele non avrebbe potuto essere escogitata neppure dallo sceneggiatore di House of cards. L'ambasciatore israeliano a Washington Ron Dermer ha riaffermato la totale fiducia nello scambio di informazioni con il partner americano, e la speranza di approfondirlo durante la visita; Netanyahu ieri ha parlato al telefono 20 minuti con il presidente americano e ha fatto sapere che non si è discusso affatto della vicenda, ma solo del programma della visita. Anche Putin ha cercato di calmare le acque negando la storia e dicendo di avere una registrazione dell'incontro.

Si dice che il Mossad fumighi di rabbia. Un ex capo di questa organizzazione, Shabtai Shavit, spiega che per costruire un polo di informazione in una situazione come quella di Raqqa ci vuole un lavoro di anni; che forse l'informazione non proviene da persone ma da un sistema elettronico che adesso potrebbe venire individuato. È logico, dice Shavit, che si informi l'interlocutore interessato, come gli Usa minacciati nei loro aerei. Oltretutto se io dico una cosa a te tu ne dici una a me: esiste, fra Stati amici, un indispensabile mercato. Ma se colui che ha ricevuto la notizia intende passarla a una terza parte, è legge indispensabile che si chieda il permesso a chi ha fornito l'informazione originale. Se non lo fa, la fiducia si incrina. Secondo Haaretz, catastrofista e anti Netanyahu, quindi anti successo della visita, il disastro potrebbe essere triplo: la messa a rischio della fonte; la messa in forse della possibilità di prevedere i prossimi attacchi terroristi; e il rischio che la Russia, ormai informata, usi quel che sa per passarlo al suo alleato iraniano. Pessimista? Gesti di boicottaggio ce ne sono stati già diversi, fra cui una dichiarazione di un funzionario del governo americano che ha detto che Trump non si decideva a spostare l'ambasciata a Gerusalemme perché Netanyahu gli aveva segretamente fatto sapere di non gradirlo. Falso: Netanyahu ha ribadito con tutto il cuore di non desiderare altro.

Ma intanto l'altra ombra è legata al formato che avrà la visita di Trump al Muro del Pianto, in Città Vecchia: visita privata? Da solo? Con gli israeliani, a ribadire che Gerusalemme deve restare unita come capitale d'Israele? Non si sa ancora. Però si sa che Trump ha un atteggiamento di fondo positivo, amichevole, e che fa la sua prima visita proprio qui. Non è poco, dato i precedenti obamiani.

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