De Domizio, mezzo secolo di amore per l'arte

19 Maggio Mag 2017 19 maggio 2017

In Mondadori Duomo sarà presentata la biografia della critica erede del pensiero di Beuys

Mimmo di Marzio

Una voce controcorrente nel mondo dell'arte, oggi sempre più asservito alle logiche del mercato. È quella della critica Lucrezia De Domizio Durini (anche se preferisce autodefinirsi «operatrice culturale»), mezzo secolo dedicato al sostegno degli artisti, a cui Mondadori dedica un'ampia biografia a cura del giornalista Pierparide Tedeschi. Il grande volume di 320 pagine corredato da un ricco reportage fotografico sarà presentato oggi alle 18 alla Mondadori Duomo alla presenza di personaggi della cultura internazionale e compagni di strada della De Domizio: come Felix Baumann, Pilar Parcesiras e Arturo Schwarz. Proprio all'amico Schwarz, poeta surrealista e storico dell'arte, la critica abruzzese dedicò alcuni anni fa un saggio intitolato Il coraggio della verità. Dopo aver pubblicato 147 libri, i cui più importanti dedicati all'opera dell'artista tedesco Joseph Beuys, stavolta è lei stessa ad essere al centro di un grande racconto che abbraccia alcuni tra i momenti cruciali della vicenda artistica internazionale del Dopoguerra. Oltre che di Beuys, padre dell'arte concettuale, la De Domizio è stata compagna di strada di personaggi chiave come i critici Harald Szeemann, Pierre Restany o artisti come Gino De Dominicis e Michelangelo Pistoletto. Il libro intitolato Metamorfosi di una vita ripercorre le tappe della fondatrice della rivista Risk, crocevia di artisti e intellettuali di tutto il mondo, in cui il pensiero beuysiano viveva attualizzato attraverso incontri e conferenze come il Free International Forum di Bolognano. Ma non mancano le importanti tracce della sua opera di talent scout e promozione di artisti, quasi sempre lontani dalle logiche del sistema globale dell'arte contemporanea. «Ho sempre creduto nei valori profondi dell'arte, che risiedono nel pensiero, nella cultura e nel rapporto umano», dice. Da anni la De Domizio ha lasciato l'Italia, «un Paese che non amo più e che vede la politica condizionare ogni ambito anche della cultura». Il libro ricorda anche l'episodio che forse sancì la definitiva rottura, allorchè cinque musei italiani rifiutarono la sua donazione di 300 opere di Beuys che furono poi acquisite dalla Kinsthaus di Zurigo.

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