"In questa Babilonia siamo tutti accomunati dall'infinita solitudine"

In questa Babilonia siamo tutti accomunati dall'infinita solitudine
19 Maggio Mag 2017 19 maggio 2017

La scrittrice parla del suo nuovo libro basato sul tema dell'incomunicabilità: «È l'amicizia che può salvarci»

Luigi Mascheroni

nostro inviato a Torino

È la più nota scrittrice francese: romanziera, drammaturga, sceneggiatrice. La critica stravede per lei, e anche i lettori. La sua (ferocissima e irresistibile) commedia Il dio del massacro messa in scena la prima volta nel 2006 la consacrò, e il film che nel 2011 ne fece Roman Polanski - Carnage - l'ha resa popolarissima anche tra i lettori blockbuster. Intanto da noi è approdata ad Adelphi. Nata a Parigi da padre iraniano e madre ungherese, molto affascinante, elegantissima nella scrittura, Yasmina Reza dopo Felici i felici (2013) porta in Italia oggi al Salone del Libro di Torino (Sala Azzurra, ore 15,30) e poi lunedì a Milano (Teatro Franco Parenti, ore 19,30) - il suo nuovo romanzo Babilonia (Adelphi): storia di una strana notte di primavera in cui, in un tranquillo sobborgo parigino, una donna si trova ad aiutare un uomo che conosce troppo poco. Una festa tra amici, chiacchiere, tensioni di coppia, una tragedia folle e improvvisa... È la normalità a generare i peggiori orrori.

Il titolo del suo nuovo romanzo è Babilonia, una parola che evoca l'impossibilità di comunicazione e relazione tra gli uomini. Nel libro la protagonista dà una festa perché «Neoliberismo e globalizzazione, queste due calamità, impediscono di creare legame. Mi sono detta, stasera tu, nel tuo appartamento di Deuil-l'Alouette, crei legame». Gli esseri umani sono davvero dei mostri uno rispetto all'altro?

«Non vorrei rispondere da una posizione di superiorità, come se avessi voluto far passare un messaggio. Si tratta di un romanzo con dei personaggi che sviluppano il loro personale pensiero. C'è sempre un gran pericolo a ridurre il loro punto di vista a quello dell'autore».

Che cosa la affascina, dal punto di vista letterario, della coppia marito-moglie? È il fatto che la vita quotidiana, il ménage familiare, può scatenare le peggiori tragedie, cioè un buon materiale narrativo?

«Sì, bisogna pur ammettere che la coppia, questa piccola formazione sociale e culturale, totalmente opaca, è una fonte inesauribile d'ispirazione. Almeno per quanto mi riguarda».

L'amicizia sembra un'arma migliore dell'amore o del sesso per salvare i rapporti tra le persone. È così? In Babilonia la protagonista parla del termine «amicizia» come di «una parola di un'esattezza perfetta».

«L'amicizia è un grande tema. Mi piace esplorarlo. C'è anche della passione nell'amicizia e ogni sorta di elementi che ricordano l'amore. Ma mi sembra che essa risponda ad altre leggi, alcune più durature, più disinteressate. L'amicizia ci salva».

Pochi mesi fa, a Milano, è passata la mostra con le fotografie della serie originale di «The Americans» di Robert Frank, libro da cui prende vita il primo personaggio di Babilonia... Che cosa rappresentano per Lei quel libro e quelle fotografie?

«Metto la fotografia al rango di una grande arte. Soprattutto la fotografia detta di strada. L'occhio di alcuni fotografi cattura cose fondamentali ed eterne. Ma sempre da un punto di vista soggettivo. È questo sguardo unico che è appassionante. Frank ha fotografato delle persone sole, marginali, la maggior parte in uno stato d'immobilità, in un paese troppo grande per loro. Ha fotografato la non appartenenza e la solitudine».

In Babilonia uno dei personaggi sostiene che «la tolleranza si può esercitare solo a condizione che vi sia indifferenza». Che cosa pensa del problema (centrale oggi per l'Europa) dei flussi migratori fuori controllo, della necessità di accoglienza di popolazioni più sfortunate di noi e del concetto di «tolleranza»?

«Per quanto riguarda la tolleranza, mi hanno fatto notare che avevo già scritto una frase simile in Art, un testo teatrale della fine degli anni '80: Ivàn è tollerante perché se ne frega. Probabilmente è un'idea che dovrò approfondire e sviluppare in futuro... Il destino delle persone che non hanno più una loro dimora da nessuna parte, e che nessuno vuole, è un'immensa tragedia che, per diverse ragioni, mi tocca profondamente. Però, mi scusi, rifiuto la posizione dello scrittore sapiente. La mia legittimità a dare un punto di vista morale o a parlare in qualità di osservatore oggettivo, non vale niente».

I suoi testi affrontano temi giganteschi - il matrimonio, la felicità, il potere, il tempo, l'amicizia - ma sembra sempre che la trama, il plot, sia un pretesto, a volte non c'è neppure. Quello che c'è, sono i rapporti tra le persone. E ci sono soprattutto i particolari, apparentemente insignificanti: piccoli dettagli capaci però di svelare un mondo. È questo il suo stile che i lettori amano così tanto?

«Lei ha un modo tanto gentile di porre la domanda. Non ho molto da aggiungere perché non analizzo troppo il mio lavoro. Non racconto storie, è vero. Quello che conta per me sono gli esseri, i loro rapporti. L'infinita solitudine che li accomuna. E in effetti, da un punto di vista metafisico, credo molto ai dettagli della vita di tutti i giorni, alle cose dall'apparenza insignificante».

Non le chiederò della sua vita - diciamo così - privata, so che è molto riservata. Ma mi piacerebbe sapere come lavora: da dove arriva l'idea di un testo, come lo scrive, se butta molte idee e molte pagine prima di tenere quelle giuste...

«Io stessa non lo so. Gli inizi sono sempre complicati. Tutto parte da una voglia di scrivere, di mettersi alla scrivania. E poi, nel mio caso, c'è un immagine... Non un tema ma un'immagine, di una scena, di un posto... Il contesto del luogo, la luce, sono essenziali».

Il suo marchio di fabbrica sono i dialoghi. Sempre perfetti. Quanto sono importanti i dialoghi nelle sue opere, e come si costruiscono?

«Si tratta forse di un orecchio musicale. Il ritmo, il colore, l'ellissi. Si sa riprodurre una certa musica della vita e si sente quando non suona bene».

Qual è la differenza principale tra scrivere un romanzo, un testo teatrale o una sceneggiatura?

«Una differenza tecnica. Il teatro riposa su rigorose norme di convenzione. Ma l'ispirazione profonda è la stessa. E secondo me i due stili sono vicini».

Uno dei maggiori prodotti di successo dell'industria culturale contemporanea sono le serie tv. Le segue? Le piacerebbe scriverne una?

«Le guardo. Alcune sono eccellenti. Ma non sarei capace di scrivere una serie».

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