Se lo stupro di una donna vale meno di un insulto

Se lo stupro di una donna vale meno di un insulto
19 Maggio Mag 2017 19 maggio 2017

Quanto vale, davanti a un giudice, una parola ignobile, razzista e ignorante? E quanto invece una violenza, una delle più spregevoli e vigliacche? Tanto la prima. Nulla la seconda. È paradossale, è contro la logica ed è l'ennesimo colpo che la giustizia infligge alla propria credibilità. Eppure è accaduto, ancora una volta.

Le parole le ha pronunciate ormai quattro anni fa Mario Borghezio, europarlamentare della Lega, quello che disinfettava i treni su cui viaggiano gli immigrati, auspicava il «rastrellamento degli islamici», e «Balotelli tira calci a un pallone e per farlo va bene anche un africano». Alla Zanzara, trasmissione radio e trappola per le lingue lunghe, Borghezio si è lanciato contro Cecile Kyenge, all'epoca ministro dell'Integrazione. «Fa il medico, gli abbiamo dato un posto in una Asl che è stato tolto a qualche medico italiano. Questo è un governo del bonga bonga e la Kyenge ci vuole imporre le sue tradizioni tribali, quelle del Congo», fu uno dei passaggi più alati. Ebbene, Borghezio è finito a processo con l'accusa di diffamazione aggravata dall'odio razziale, e condannato ieri a pagare 50mila euro di risarcimento all'ex ministro. Si tratta di una cifra congrua? Sicuramente non per Borghezio, che sarà «costretto a vendere casa» per pagare la somma fissata dal tribunale di Milano. Ma in assoluto, è tanto o poco?

Dipende, viene da pensare. Cinquantamila euro per una diffamazione - senza dubbio odiosa e grave - non sono pochi. Ma allora con quanto dovrebbe essere risarcita la donna di Torino che ormai sei anni fa fu rapinata e violentata sotto casa? E siamo al punto. Perché quella donna, nonostante il suo aggressore sia stato condannato 8 anni e due mesi, non avrà un euro di risarcimento. E questo anche a fronte di una direttiva europea recepita dal nostro Paese che prevede un indennizzo alle vittime di reati violenti nei casi in cui l'autore sia nullatenente. Ma a Torino i giudici ne hanno dato una lettura cervellotica, in contrasto con altre sentenze di altre corti italiane. In sintesi: la vittima non ha fatto tutto il possibile per ottenere il risarcimento dal suo aguzzino. Quindi, niente risarcimento. E il fatto che questa sentenza sia stata pronunciata dallo stesso tribunale che nel recente passato ha assolto uno stupratore perché la sua vittima «non urlava né piangeva», e che ne ha rimesso in libertà un altro perché non sono bastati dieci anni a celebrare il processo, non fa che acuire l'amarezza per un'asimmetria inaccettabile. Giacobini contro la violenza delle parole, arrendevoli contro quella del corpo.

Del resto, questo è il Paese in cui esiste un «Dizionario giuridico degli insulti» - la briga di compilarlo se l'è presa un avvocato cassazionista -, con la raccolta di oltre 1.200 vocaboli ritenuti oltraggiosi e condannati dai giudici, come acida, befana, cicciobello, gallina, paraculo e zappatore. Ma di quel tribunale che ha sfregiato di nuovo la vittima di uno stupro, si può dire che è vergognoso?

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