Assange intravede la libertà: la Svezia fa cadere le accuse

Assange intravede la libertà: la Svezia fa cadere le accuse
20 Maggio Mag 2017 6 giorni fa

Per il blogger australiano viene meno la richiesta di estradizione a Stoccolma. Ma resta quella americana

Un nuovo terremoto - questa volta di segno potenzialmente positivo - viene ad agitare la vita di Julian Assange. Il fondatore di WikiLeaks, da cinque anni rifugiato nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra per sfuggire all'arresto, aveva da poco finito di preoccuparsi per lo scampato pericolo di venirne scacciato se il candidato dell'opposizione fosse stato eletto presidente del Paese andino. Ieri è arrivata un'altra novità che lo ha spinto a reagire mostrandosi sorridente su Twitter: le autorità di Stoccolma, che da ben sette anni ne chiedevano l'estradizione per processarlo per presunte violenze sessuali ai danni di due cittadine svedesi, hanno annunciato di aver archiviato le accuse contro di lui (anche se la procuratrice che si occupava del caso accenna alla possibilità che si possa riaprire).

Assange ha reagito esultando per la «vittoria dei diritti umani contro accuse politiche», ma avendo appreso dello choc espresso da una delle donne che lo avevano denunciato ha aggiunto parole dure: «Io non dimentico e non perdono. Sono stato detenuto per sette anni senza accuse mentre i miei figli crescevano e il mio nome veniva diffamato».

L'esultanza di Assange si spiega con la convinzione - ostentata da lui e dai suoi avvocati - che a questo punto si siano create le condizioni per il suo ritorno in libertà. Le cose, in realtà, non stanno così. Sul capo dell'uomo che ha fatto pubblicare su WikiLeaks decine di migliaia di documenti riservati dell'esercito degli Stati Uniti pendono ben altre minacce: se finisse in mani americane dovrebbe affrontare un tribunale militare con conseguenze certamente molto pesanti.

In teoria, Assange potrebbe sfuggire alla giustizia americana se il Regno Unito lo lasciasse libero di circolare sul suo territorio una volta uscito dall'ambasciata ecuadoriana, o se comunque non concedesse la sua estradizione verso Washington. È quello che l'Ecuador ha già richiesto («Londra gli conceda un salvacondotto verso Quito»), ma che Londra non pare intenzionata a fare. La polizia della capitale ha chiarito che se il fondatore di WikiLeaks uscirà dall'ambasciata verrà immediatamente arrestato. Rimarrebbero infatti in piedi a carico di Assange «accuse molto meno gravi»: in particolare il tribunale di Westminster emise un mandato cattura quando egli rifiutò di presentarsi alla Corte il 29 giugno del 2012, scegliendo invece di rifugiarsi nella sede diplomatica del compiacente Ecuador, che in base al diritto internazionale gode di extraterritorialità.

E il governo di Londra che posizione prende? La premier Theresa May tende a scaricare la patata bollente a Scotland Yard («la decisione sul suo arresto spetta alla polizia»), e per quanto riguarda quello che in realtà è il punto più delicato della vicenda, cioè l'ipotesi dell'estradizione di Assange verso gli Stati Uniti che la pretendono, prende tempo: «Valutiamo questo genere di richieste caso per caso quando vengono presentate», ha detto.

Intanto i legali di Assange si portano avanti con due annunci. Da una parte alle autorità britanniche e americane «per trovare l'uscita migliore», dall'altra al neopresidente francese Emmanuel Macron, al quale intendono chiedere asilo per il loro assistito. Ma François Hollande, predecessore diMacron all'Eliseo, aveva già respinto una simile domanda nel 2015 «in mancanza di pericoli immediati per Assange, oggetto di un mandato d'arresto europeo».

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