"Che noia i romanzi realisti e troppo corretti. Voglio scrivere di talent e Michael Jackson"

Che noia i romanzi realisti e troppo corretti. Voglio scrivere di talent e Michael Jackson
20 Maggio Mag 2017 20 maggio 2017

L'ex discografico: «Non mi piace fare ciò che tutti si aspettano, però amo le cravatte»

da Torino

Essere vecchi. Essere Gesù che torna sulla terra. Essere grandissimi bastardi. Condizioni complicate. Tutte condizioni di cui lo scozzese John Niven, classe 1972, un passato da discografico, si è occupato nei suoi romanzi, tutti tradotti da Einaudi. Dall'ultimo, Le solite sospette, in cui una gang di ultraottantenni organizza una rapina in banca e poi fugge in crociera in Costa Azzurra. Passando per A volte ritorno, in cui non solo il Messia si reincarna di nuovo, ma partecipa a un reality. E poi il suo libro culto per la generazione Y di scrittori americani, Maschio bianco etero, la storia di Kennedy Marr, scrittore puttaniere venduto a Hollywood, che solo il Fisco riuscirà a fregare. Fino a quello che ha appena finito di scrivere, No good deed, che Einaudi pubblicherà nel 2018, in cui un giovane di successo riincontra un suo ex compagno di scuola diventato un barbone. Niven arriva al Salone di Torino portato dal Festival di Cagliari Sulla terra leggeri, diretto da Flavio Soriga, di cui sarà una delle star.

Lei ha un gusto sfrenato per i personaggi estremi. Che ne pensa del politically correct?

«Se intendiamo non dire parolacce in pubblico e confessare quel che si pensa davvero solo con gli amici più stretti, può andare. Per il resto, dovremmo tenere presente una cosa: io sono meno razzista dei miei genitori, i miei figli sono meno razzisti di me e i miei nipoti lo saranno meno di loro. Il politically correct invece vorrebbe mettere un acceleratore innaturale a processi per cui sono necessarie generazioni. E questo appiattisce tutto».

Anche il conformismo non le piace granché. Eppure qui a Torino è in giacca e cravatta.

«Non mi piace fare la cosa che tutti si aspettano, voglio sempre passare il limite nei dialoghi, nella trama. Trovo noiosi i romanzi realisti, sociali. Però amo le cravatte. Una volta un tizio a Berlino mi ha detto di toglierla: troppo conformista. Ero alla Soho House, circondato da hipster, tipi barbuti molto noiosi. L'ho tenuta. Adoro i completi. Anche ai bluesman piacevano un sacco. A volte oggi essere anticonformisti significa semplicemente avere un cuore».

Nel 2008 lei ha conquistato il Regno Unito con Kill your friends, che la critica ha definito «il miglior romanzo britannico dopo Trainspotting». Era la storia del discografico Steven Stelfox, razzista, misogino, violento, ma esilarante antieroe ispirato a quegli anni 90 in cui lei, Niven, come lavoro scopriva talenti per le etichette musicali inglesi. È vero che sta scrivendo il seguito?

«Sarà ambientato nel 2017, a vent'anni da allora. Stelfox nel frattempo è diventato ricco grazie ai talent e fa il consulente per le popstar. Michael Jackson - che nel libro chiamo Lucius Du Pray ed è un cantante bianco tipo Justin Timberlake che vuole diventare nero viene ricattato dai ragazzini che frequenta e contrae un debito con le sue etichette, cosa realmente accaduta. E chiama Stelfox ad aiutarlo».

Cosa rende un romanzo interessante?

«Lo stile. Lo stile ha moralità e sostanza. È chiaro che la fiction è trama, ma negli autori che amo, Nabokov, Martin Amis, John Updike, è come se ogni parola avesse un marchio che li contraddistingue».

Nella foto del suo profilo Twitter si punta una pistola alla tempia: ci dobbiamo preoccupare?

«Non mi piaccio mai nelle foto. In quella ero uscito bene e ho deciso di usarla».

È vero che ha detto no ai Coldplay e ai Muse?

«Mi hanno mandato le demo e non mi sono piaciute, tutto qui. Ero un pazzo. Pensavo che i Mogwai fossero meglio dei Pink Floyd. E comunque, i Muse non mi vanno giù neanche ora».

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