Quasi quasi mi faccio un gin (artigianale) La febbre bianca contagia l'Italia

Quasi quasi mi faccio un gin (artigianale) La febbre bianca contagia l'Italia
20 Maggio Mag 2017 20 maggio 2017

Dopo la birra, è l'ultima ossessione Da Capri alle Dolomiti, coi pomodori o col marmo. Solo moda o eccellenza del futuro?

Se non ci hanno diseredato i nostri padri e i nostri nonni quando abbiamo cominciato a produrre birra invece di Barbera, forse ce la caveremo anche stavolta. E i fantasmi dei nostri bisnonni non ci rincorreranno negli incubi armati di baionette ora che ci siamo ammalati di una nuova ossessione e tradiamo grappe ed amari per distillare gin made in Italy.

Bere gin è di tendenza da anni, lo testimoniano le cocktail list (e i prezzi). La novità è che ora ci siamo pure messi in testa di farlo. E dato che sembra dannatamente facile, le etichette autarchiche spuntano come i funghi e le trasmissioni tv con gli chef. Dai pionieri della microdistilleria milanese Botanical Club ai colossi dell'acquavite nel Nord Est (Poli, Maschio o Roner), fino alla Calabria, è una febbre bianca nazionale. Però la febbre di per sé non vuol dire nulla, arriva per un raffreddore come per l'ebola, quindi bisogna capire dove porterà l'onda del gin: all'ennesima moda effimera tipo Pokemon o a un rinascimento dell'ars alcolica come successo appunto con la birra artigianale?

In attesa di risposte, è interessante cercare di capire come e perché un Paese che conta centinaia di produttori di acquavite si stia convertendo a uno spirito nato nel Seicento in Olanda e diventato poi sinonimo di Gran Bretagna, tanto da far dire a Winston Churchill che «ha salvato più vite di inglesi il gin tonic di tutti i dottori dell'Impero». Di fatto, se ci si pensa, è incredibile che a inventarlo non siano stati gli italiani. Per fare un tavolo ci vuole un albero, ma per fare un gin ci vuole acqua, ginepro e un alambicco. E in Italia abbiamo parecchia acqua, una tradizione capillare di distillazione familiare e ginepro che cresce spontaneo e abbondante come le mucche in India, tant'è che in Valle d'Aosta e Piemonte si beve Genepi da secoli. Quindi la materia prima non manca. Quel che mancava finora era solo la volontà di andare contro i dogmi della tradizione di gusto nazionale.

In questi anni i rivoluzionari però sono stati molti. Dietro ogni bottiglia c'è una storia diversa. C'è la ricetta del Riviera Gin, lasciata da un soldato inglese a Rimini dopo la guerra, e quella della Gineprina, la prima scritta in un libro italiano nel 1897. Ci sono il maestro distillatore Florian Rabauser che crea gin a immagine e somiglianza delle Dolomiti e del Lago di Garda e Rossella Liberti, ricercatrice di Medicina che usa fave di cacao per portare avanti la Scuola di distillazione salernitana. Ci sono i monaci benedettini dell'abazia di Vallombrosa e i mixologist padovani Chicco e Dave che 4 volte l'anno vanno in Inghilterra a distillare l'esagerato Greedy gin. Una cellula dormiente di alchimisti che si è risvegliata per dedicarsi alla ricerca.

Ed è nella ricerca il più grande dubbio. Copiare i London Dry non avrebbe senso, sono già buoni quelli inglesi. E dunque l'idea è valorizzare il territorio, riscoprire erbe, spezie, radici e aromi naturali e autoctoni, creare gin che siano espressione di un terroir, in una corsa ai tocchi d'autore: pino cembro trentino, giniperu sardo, limoni di Amalfi e origano calabrese, carciofo romano, luppolo e visciole marchigiane di gin Collesi fino agli ulivi e alle erbe coltivate in proprio per Sabatini gin, Gin Clandestino e Fred Jerbis con le sue 43 botaniche.

Ma dalla genuinità si fa presto a scivolare nel manierismo stupefacente di mettere in infusione blocchi di marmo di Carrara. E allora via di gin con pomodoro (senza essere Bloody Mary!), zafferano, basilico giapponese selezionato da Cracco, genziana, uva moscato, curcuma, frassino. Ognuno col suo metodo, distillazione o infusione in birra, a bagnomaria, ultra-filtrato, biologico. Cattivi? Non tutti, anzi alcuni sono eccellenti, di carattere e originali. Se ne sentiva il bisogno? Non di tutti, anzi alcuni sembrano più che barocchi esercizi di stile. Quel che è certo, in questo mondo ricco di gincognite, è che ogni ribollir di tini e alambicchi è cosa buona, espressione di vitalità e iniziativa. Starà poi come sempre al mercato fare darwinianamente selezione, spazzando via i gin per allodole e salvando le eccellenze. Perché come scriveva Truman Capote, «solo il gin scioglie le pose artificiose come le lacrime il mascara».

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