Così Menelik ad Adua mandò in frantumi i nostri sogni coloniali. La rivincita divenne un'ossessione italiana

Così Menelik ad Adua mandò in frantumi i nostri sogni coloniali. La rivincita divenne un'ossessione italiana
31 Maggio Mag 2017 31 maggio 2017

Roma si presentò tardi nella spartizione dell'Africa e le sue mire si scontrarono con le resistenze dell'impero etiope. Il Negus le diede una lezione sul campo di battaglia

L'Italia diede inizio alla sua «avventura» coloniale molto tardi rispetto ad altre potenze europee. Anche a causa del ritardo con cui si portò a termine il percorso di unità. E fu un'avventura, almeno per quanto riguarda il Corno d'Africa, che evidenziò tutte le fragilità del Paese. Nel 1884 il governo di Roma acquistò dall'armatore Rubattino la baia di Assab, sul Mar Rosso. Quasi contemporaneamente l'Italia ottenne dall'Inghilterra il permesso di occupare Massaua. Nel gennaio 1885 il corpo di spedizione italiana così all'epoca venne pomposamente definito un battaglione di bersaglieri con due cannoni da campagna - si imbarcò in quel di Napoli, tra applausi e sventolio di tricolorini, e andò a occupare la nuova colonia. L'idea del Governo Depretis era quella di sfruttare i guai degli inglesi con la rivolta islamista del Mahdi nel Sudan per allargare il dominio italiano verso l'interno. Gli inglesi però comunicarono a Roma che erano ben intenzionati a cavarsela da soli e l'Italia si trovò «incatenata a una roccia del Mar Rosso». L'unica via di espansione possibile rimasta era quella verso i territori del Negus Giovanni (1837-1889), imperatore d'Etiopia. Gli etiopi si rivelarono da subito un osso duro. Assaltavano sistematicamente i fortini eretti dagli italiani. Il 26 gennaio 1887 quasi simultaneamente a Roma l'ignaro ministro degli Esteri Di Robilant etichettava i nostri nemici come «Quattro predoni» - 7mila etiopi comandati da Ras Aula colsero di sorpresa una colonna di rifornimento e soccorso composta da 500 italiani nei pressi di Dogali. La differenza di armamento era notevole e gli uomini comandati dal tenente colonnello de Cristoforis si batterono bene, ma furono travolti con la forza del numero. Ras Aula lasciò sul terreno più di mille morti, ma gli italiani vennero annientati.

Il contraccolpo fece tirare in patria un bel colpo di freno ai piani coloniali. Però a stretto giro di posta arrivò al governo Francesco Crispi, che di ogni iniziativa coloniale della Sinistra storica era stato il padre. Decise di «tirare dritto» e spedì a Massaua un contingente militare davvero imponente: 20mila uomini. E poi passò alle strategie diplomatiche: iniziò a «corteggiare» Menelik, negus della Scioa (Etiopia centrale). Menelik fu ampiamente aiutato dagli italiani a ottenere la successione al titolo imperiale dopo la morte del Negus Giovanni, che combatteva non solo contro gli italiani ma anche contro i già citati seguaci sudanesi del Mahdi e da questi venne ucciso in battaglia (uno scontro campale con 30mila morti che avrebbe dovuto far capire a chiunque che le «bande» etiopi erano sì un esercito «quasi» medievale, ma un esercito immenso). Menelik grato all'Italia firmò il controversissimo trattato di Ucciali (2 maggio 1889). Sembrava un vero trionfo senz'armi. Tanto che, dopo la firma, una delegazione etiope guidata dal cugino del Negus, Ras Maconnèn si recò a Roma, portando come ingombrante regalo un elefante. Lì venne convinta a stipulare un protocollo economico addizionale che tra le altre cose concesse all'Etiopia un prestito di 4 milioni di lire da parte del governo italiano. E qui si arriva ad uno dei grandi misteri della storia di cui probabilmente non si verrà mai a capo. Di certo il Negus Menelik II riconosce all'Italia il dominio sui territori acquisiti in Eritrea. Ma le due versioni del trattato di Ucciali, una in italiano e l'altra in amarico presentano una sostanziale differenza nell'articolo 17. Nella versione italiana l'Etiopia de facto riconosceva di essere un protettorato e delegava la sua politica estera a Roma. Nella versione etiopica si diceva che, eventualmente, l'Etiopia avrebbe potuto servirsi della mediazione di Roma...

Dal frainteso si passò velocissimamente alla tensione. Nel 1895 le truppe italiane comandate dal generale Oreste Baratieri (1841-1901) diedero inizio all'occupazione armata del Tigrè, un territorio etiope governato da Ras Magascià (1868-1908). Era una mossa ben studiata. Ras Magascià non si era mai sottomesso a Menelik. Alla fine era un attacco che portava vantaggi territoriali e poteva anche non irritare troppo l'imperatore etiopico. Però Ras Magascià si affrettò a sottomettersi al monarca. E a quel punto Menelik reclutò un esercito di 100mila uomini. Circa la metà armati di fucili moderni, in gran parte ironia della sorte - pagati con i 4 milioni di lire prestati dagli italiani.

Così nel dicembre 1895 gli etiopi procedettero al contrattacco. E ottennero subito una vittoria nella battaglia dell'Amba Alagi il 7 dicembre. Il 22 gennaio 1896 la situazione fu peggiorata dalla resa del presidio di Macallè, che aveva resistito ad un assedio durato due mesi. Le forze italiane al comando del generale Baratieri, rinforzate da truppe fresche giunte dall'Italia, si concentrarono nella zona tra Adigrat ed Edaga Hamus. Menelik però aggirò lo schieramento di Barattieri e si diresse a Adua, trovandosi così in ottima posizione per tentare l'invasione della colonia. Baratieri manovrò in risposta, attestandosi su una solida posizione difensiva sul monte Saatì, il 7 febbraio, a soli pochi chilometri dall'accampamento etiope posto nella conca di Adua. Era la mossa più sensata possibile. Aveva 17mila uomini contro quelli che lui stimava come 30-40mila somali. Aspettare di essere aggrediti e sfruttare il vantaggio delle proprie armi moderne era l'«abc» della tattica. Tanto più che le informazioni di Baratieri erano paurosamente al ribasso: i somali erano più di 100mila, di cui 80mila armati di armi da fuoco, alcune vetuste, altre molto meno. Ma a Roma non la pensavano così e Crispi si affrettò a farlo sapere al generale: «Codesta è una tisi militare, non una guerra». E intanto stava già operando per sostituirlo. Questo forzò la mano a Baratieri. La sera tra il 28 e il 29 febbraio, Baratieri riunì gli ufficiali per comunicare il nuovo piano: l'esercito italiano non avrebbe attaccato le posizioni etiopiche. Avrebbe però condotto una manovra, con il favore delle tenebre, per occupare una serie di colline vicine allo schieramento nemico. Così Menelik sarebbe stato obbligato o ad attaccare gli italiani attestati in posizione favorevole, o a ritirarsi.

I presupposti per una azione del genere erano essenzialmente tre: sorpresa, sincronia e il possedere carte topografiche più che esatte. Non si verificò nessuna delle tre cose. Nella notte del 29 febbraio del 1896 gli italiani iniziarono a muoversi e in brevissimo tempo persero il collegamento tra i reparti. Alle 6 del mattino del 1 marzo i Ras somali allertati da un complesso sistema di vedette attaccarono i reparti italiani più avanzati, quelli della colonna comandata dal generale Matteo Albertone. In breve gli italiani e i battaglioni indigeni furono costretti a ripiegare. I battaglioni italiani (e a volte le singole compagnie) si ritrovarono trasformati in «isole di fuoco» circondate da una marea avanzante di etiopi. Man mano che venivano travolti feriti e sbandati iniziavano, a patto che vi riuscissero, a precipitare sul centro dello schieramento italiano, più arretrato. Non ha senso descrivere, passo passo, l'enorme confusione che ne seguì, per quanto costellata da episodi di eroismo, e che costò la vita anche ai generali Dabormida e Arimondi. Il risultato finale per gli italiani: più di 6mila morti, più di 1.400 feriti e circa 3mila prigionieri. Dei quali i bianchi vennero trattati quasi «bene» dagli Etiopi mentre i coloniali, considerati traditori, si videro tagliare una mano, la destra, e un piede, il sinistro. Questo senza contare gli 11mila fucili caduti in mano alle truppe di Menelik e l'enorme quantitativo di munizioni. L'entità del disastro era enorme. Basti un esempio: la tanto vituperata sconfitta di Custoza nel 1866 era costata agli italiani «solo» 700 morti. In pratica le nostre forze coloniali avevano quasi smesso di esistere. Le perdite somale furono anche più ingenti, ma di poco conto per un esercito così enorme.

Al disastro militare seguì quello politico. La notizia raggiunse Roma il 2 marzo, quando Baratieri telegrafò a Crispi da Adi Caiè. Appena lo schiaffo subito divenne di pubblico dominio provocò nelle grandi città manifestazioni e proteste di piazza. Il 5 marzo Crispi rassegnò le dimissioni e il suo governo venne sostituito dal secondo governo guidato da Antonio di Rudinì. I pochi reparti italiani rimasti intatti ripiegarono in Eritrea tra il 2 e il 3 marzo, tranne la guarnigione di Adigrat (dove si erano rifugiati molti dei feriti italiani) che venne assediata. Baratieri venne richiamato in patria e fu imputato da una corte marziale per aver preparato un piano d'attacco «ingiustificabile» e abbandono delle truppe. Fu assolto - del resto abbiamo visto quanto ci fosse anche lo zampino di Crispi - ma fu etichettato come «del tutto inadatto» al comando. La sua carriera finì lì, si dedicò a stendere le sue memorie (ora di colpo anticolonialiste). La palla ripassò alla diplomazia e un'Italia umiliata firmò il Trattato di Adis Abeba, 26 ottobre 1896. Veniva riconosciuta in toto l'indipendenza dell'Impero etiope e il trattato di Uccialli diventava carta straccia. Per riavere i prigionieri poi l'Italia pagò 4 milioni di lire. Conservò però la colonia Eritrea, e le andò bene perché la potente moglie di Menelik, la regina Taitù Batùl (1849-1918), era fautrice di una linea ben più dura.

Ma al di là della questione coloniale, furono gli effetti sul morale nazionale ad essere permanenti. Un conto era stato vincere solo sulla carta la terza guerra d'Indipendenza con l'Austria, un conto essere travolti dagli etiopi. Qualche esempio. Ancora oggi le linguette di carta di carnevale con pernacchia vengono chiamate lingue di Menelik. Non serve spiegare il perché. Questo il lato goliardico del trauma. Quello meno goliardico comparve in uno dei discorsi più noti di Mussolini: «Abbiamo pazientato quarant'anni... Ora basta!». Erano i quarant'anni da Adua e molto della devastante revanche coloniale del regime in quel disastro aveva le radici.

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