La protesta è una questione di forma Parola (anzi, parole) di Luciano Bianciardi

La protesta è una questione di forma Parola (anzi, parole) di Luciano Bianciardi
6 Giugno Giu 2017 06 giugno 2017

Un saggio di Carlo Varotti sullo stile rivoluzionario dello scrittore tosco-milanese

Tutto sommato io darei ragione all'ottimo Varotti, studioso civile ed avveduto...

Perdonate, la tentazione era troppo forte. La tentazione cioè di scimmiottare (con un dovuto «ottimo» in luogo di «povero» e con «studioso» per l'«ingegnere» «Ponzani») l'incipit di Aprire il fuoco, a sua volta autocitazione bianciardiana del celebre «Tutto sommato io darei ragione all'Adelung...» che alza il sipario su La vita agra, fra gli attacchi più stranianti e belli della letteratura insieme al musiliano «Sull'Atlantico un minimo barometrico avanzava...». Ha ragione il Varotti quando dice che il «lettore bianciardista» è, dev'essere, dotato di una propria «enciclopedia», seppur minima, dei personaggi, dei luoghi e, massime, degli stili del sommo bischero Luciano Bianciardi. Il saggio che Varotti gli ha dedicato, Luciano Bianciardi, la protesta dello stile (Carocci, pagg. 307, euro 23), fra l'altro si presta alla variazione «la protesta dell'ostile», essendo stato, come tutti sanno, il nostro Lucianone ostile a molte cose, e già prima di salire quassù a Milano, a metà degli anni '50, figurarsi dopo, nel non dorato esilio di Nesci/Rapallo...

Perché è proprio vero, la protesta di Bianciardi contro un certo tipo di lavoro culturale, contro la casta per niente casta, anzi mignottesca, degli intellettuali, contro l'arroganza industriale, contro il monopolio della protesta medesima che il partito comunista si era arrogato, contro l'appiattimento di chi depone le armi rinunciando alla battaglia soda, insomma, la protesta, sempre civile, di Bianciardi, è fatta di contenuti ma anche di forme. Forme che gli derivano dalla cultura.

Per esempio, il citato Aprire il fuoco che chiude il baule del Bianciardi romanziere in vita (Garibaldi uscì postumo, nel '72, e Viaggio in Barberia dello stesso '69 è un reportage) è in gran parte costruito a calco, come ben spiega Varotti, sui Ricordi di gioventù di Giovanni Visconti Venosta (1831-1906). Ed è l'estremo omaggio a un'epoca, quella risorgimentale, in cui Bianciardi si specchia, trovandovi un nemico certo, gli «austriaci». Nemici anche della Milano che lo accoglie male, un secolo dopo, però gli squaderna davanti un campionario di tipi e di situazioni indispensabili per fare di lui ciò che è. Vedi a esempio l'episodio del gran rifiuto a Montanelli, quando Indro voleva portarlo al Corriere.

In Maremma, per dirne una, al tempo non v'era traccia del «noi» aziendale, chiave di volta, a partire dall'Integrazione del '60, di un triste lessico sottoposto ai bombardamenti dell'ironia. Né, a Grosseto e dintorni, Luciano avrebbe potuto esercitare il «cannibalismo traduttorio» di cui parla Varotti, passando con disinvoltura da entrambi i Tropici di Henry Miller, volti in italiano per Feltrinelli e Mondadori, ai manuali aziendali affibbiatigli da Franco Angeli, e che tanta parte hanno, come fonti inquinate, nella sua produzione narrativa e saggistica. Del resto la mimesi stilistica, sull'esempio di Gadda ma non solo, è un segno distintivo della scrittura di Bianciardi: «mistilinguismo e mististilismo» la chiama Varotti, una sequela di travestimenti e travisamenti che indulge al gioco di parole e al pastiche.

Così l'autobiografismo è sia la radice, sia il frutto. I bozzetti di costume disseminati in quotidiani e riviste, la critica televisiva e sportiva, la disamina dei modi di dire entrati in uso (si veda la rubrica «Pescaparole» sull'Avanti!, una sorta di Sillabario pre-Parise) sono tessere che compongono il mosaico Bianciardi. La ricerca barocca sulle forme dialettali e sugli arcaismi, quella specie di archeologia manzoniana (e dunque ancora una volta milanese...) che scava fra gli strati della lingua, sono anch'essi sintomi di una rivolta. Fiero rivoluzionario, Bianciardi è anche un valente restauratore. Che ha ridato alla nostra lingua, e alla garibaldina, come piaceva a lui, un po' del vigore smarrito.

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