Ecco come dare un senso nuovo a Dostoevskij

Ecco come dare un senso nuovo a Dostoevskij
13 Giugno Giu 2017 13 giugno 2017

Non è, quello delle Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, uno degli incipit più celebri della letteratura di tutti i tempi, immutato (e immutabile!) nella gran parte delle traduzioni (da quella storica di Ettore Lo Gatto pubblicata da Sansoni prima, da Bompiani poi, a quella mondadoriana di Igor Sibaldi)? «Io sono un uomo malato». Se non fosse che oggi una nuova traduzione di Elena Mazzola, di quel romanzo che pose una frattura fra l'opera precedente e quella successiva del grande romanziere russo (da qui in poi scrisse solo capolavori: da Delitto e castigo ai Fratelli Karamazov), e una frattura anche nell'intera narrativa occidentale, propone una versione più sperimentale, più ritmica, togliendo il verbo e ponendo l'attenzione, anche per le frasi successive, sul pronome «Io»: «Io, un uomo malato... Io, un uomo malvagio. Un uomo, io, per niente attraente».

Sembra poco e invece è tutto, perché senza quel verbo, la malattia parrebbe prendere il sopravvento sull'essere; l'essere sembrerebbe scomparire. Resta un «Io» oggettuale, privo di ciò che lo rende soggetto. Questo è il primo motivo per segnalare questa nuova edizione proposta da La Scuola (diversa già nel titolo, Scritti dal sottosuolo, pagg. 336, euro 16.50).

Il secondo riguarda il commento, derivato da una serie di lezioni/dialogo, un esperimento di analisi critica orale e dialogica. Perché a farlo è la maggiore studiosa russa di Dostoevskij, Tat'jana Kasaktina, che sull'autore dei Demoni ha firmato diversi studi di indubbia importanza (ricordiamo almeno Dostoevskij. Il sacro nel profano, pubblicato da Bur). Kasaktina ci rivela una lettura del romanzo tutta cristologica, lontana dalla vulgata esistenzialistica.

La prova ne è una lettera in cui Dostoevskij lamenta al fratello che la censura ha preteso togliere tutti i riferimenti espliciti al valore cristiano del romanzo, non denunciando neppure, al contrario, la provocatoria presenza delle bestemmie. Ma questa è solamente la prima prova che la studiosa mette in campo per la sua esegesi, incomprensibile senza un continuo accostamento e rimando ai testi sacri. Un commento, quindi, che ci fa leggere anche la traduzione in una chiave tutta nuova.

L'uomo dal sottosuolo è l'uomo umiliato; colui che, proprio nella confessione della propria umiliazione e sofferenza, opponendosi alla coscienza di «essere», ritrova il proprio «volto» e la strada per la verità.

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