"Per il cinema ero troppo bello così mi hanno tagliato fuori"

Per il cinema ero troppo bello così mi hanno tagliato fuori
14 Giugno Giu 2017 10 giorni fa

È diventato famoso con il Conte di Montecristo: "Oggi il teatro è una tragedia perché i ragazzi non ci vanno. E non è per colpa di internet"

Pensare che da ragazzo voleva fare il direttore d'orchestra. Sulla sedia di cucina, a casa erano tutti attori, padre, madre, fratelli, fingeva di dirigere musica con i ferri delle calze sognandosi più Karajan che Otello. Mezzo secolo dopo il Conte di Montecristo, che lo trasformò quasi adolescente da signore della vendetta tv a cocco di mamma delle ragazze da marito e sogno proibito delle loro figlie, Andrea Giordana è ancora un uomo che combatte contro le ingiustizie. Quelle consumate contro il teatro e non solo.

Ma il suo primo film se lo ricorda?

«Come no. Mi hanno annegato bambino dentro una fontana...»

Prego?

«Il film era Erode il Grande, avevo dodici anni. Viktor Turanskijn, il regista, mi guarda e dice: tu sei il bambino che cercavo. Dovevo fare il principe Daniele».

Cioè inizia con una brutta fine.

«Ma nessun trauma, vivevo tutto come un gioco. Mi truccavano, mi vestivano con abiti di duemila anni fa, mi pettinavano da bambina».

Una partenza epica.

«É un filmetto che ancora gira, anzi un filmone. C'erano Edmond Purdom, Sandra Milo, Alberto Lupo».

Chi le ha insegnato a recitare, la famiglia?

«Direi proprio di no».

Lei non finisce di stupirmi.

«Certo nascere in una famiglia di attori conta, dai miei genitori ho rubato molto, ma non ho avuto una vera scuola. É il palcoscenico che mi ha insegnato tutto».

Lei aveva una mamma bellissima. Erano tutti innamorati di Marina Berti.

«Era una donna molto avvolgente. Nonostante fosse nata a Londra e avesse una patina anglosassone, aveva una grande capacità di emozionarsi, di appassionarsi, di piangere nei ruoli drammatici».

Rinunciò a diventare una star di Hollywood però...

«Colpa mia e di mio fratello Carlo. Per non lasciarci soli disse no a un contratto di sette anni con Hollywood. Andò in America e tornò indietro. Non ha resistito all'istinto di mamma».

E lei ha fatto scuola a suo figlio Luca?

«Anche in questo caso devo dire di no».

Però lavorate insieme...

«Lavorare insieme con il proprio figlio è un'esperienza bellissima, il massimo per un padre. Poi lui è molto bravo. E, come si suol dire, non lo dico perché sono suo padre».

Che padre è stato?

«Purtroppo non presente come avrei voluto. Il lavoro per anni non mi ha aiutato. Ho recuperato col tempo».

Il Conte di Montecristo è stata una benedizione o una maledizione per lei?

«É stata un'esperienza magnifica. Con la mia poca esperienza una grande esperienza. Avevo solo vent'anni e sono stato molto aiutato da chi lavorava con me».

Per esempio da chi?

«Anna Miserocchi, grande attrice, stupenda donna: mi trattava come un figlio. E mi divertivo come un pazzo con Luigi Pavese, una delle grandi spalle di Totò».

Diventò Conte per caso...

«In effetti. Edmo Fenoglio, il regista, cercava attori per parti secondarie, io mi presentai con mio fratello Carlo, ma quando mi vide, mi guardò e disse al truccatore: mettigli una barba voglio vedere che effetto fa».

E poi?

«Disse: non c'è dubbio Edmond Dantes aveva questa faccia qua».

Perchè il Conte piace così tanto?

«Perchè ognuno di noi può ritrovarsi in un personaggio così. Chi di noi non si è mai trovato a coltivare il sentimento della vendetta, la voglia di riscatto, l'ingiustizia da riparare».

L'ha marchiata come Montalbano con Zingaretti?

«Lui ha fatto molti più episodi di me e spalmati in più anni. Io invece otto puntate in un colpo solo. É passato alla storia della tv perché fu un grande successo»

Lei era così giovane che l'attore che interpretava il figlio Di Mercedes era più anziano di lei?

«Ruggero Miti? Sicuro?...»

Di quattro anni.

«Non lo sapevo. Ma si sa, il teatro è bugia»

Bellissimo, giovanissimo, popolarissimo. Come ha fatto a non perdere la testa?

«Ero anche allora un ragazzo con i piedi per terra. Sapevo di avere poca scuola e che dovevo imparare tanto per essere all'altezza di quel successo. Poi mi padre mi aveva avvisato: non ti far illudere dal successo».

Era anche molto corteggiato.

«Ricevevo duemila lettere al giorno dalle ammiratrici».

E rispondeva?

«A nessuna. O quasi».

Bello e impossibile...

«Ma no, è che tecnicamente ed economicamente era impossibile rispondere a tutte. Prendevi una campione e rispondevi a una per tutte».

Si sarà divertito...

«Mi sono sposato con Nanda, mia moglie, un anno dopo il Conte di Montecristo. Gliel'ho detto, sono sempre stato un ragazzo con i piedi per terra. E poi comunque...».

Dica...

«In quel periodo il cinema cercava più l'uomo della strada, l'uomo della porta accanto che il bello. Così mi sono trovato un po' tagliato fuori proprio perchè bello».

É stato all'isola di Montecristo?

«A fare un servizio fotografico, tanti anni fa. Ma il Conte di Montecristo non lo abbiamo girato all'isola di Montecristo»

Ah no? E dove?

«All'isola di Ponza. Meravigliosa».

Che Italia era quella degli anni Sessanta?

«Un Paese ancora pieno di fermenti. Sempre tormentato dalla corruzione, quella che non ci farà mai decollare, ma era anche l'Italia dell'entusiasmo, della voglia di fare, della fame di futuro».

Oggi invece...

«La cosa più brutta dei nostri tempi è la rassegnazione, che colpisce non solo quelli della mia generazione ma anche i giovani. Non c'è più la forza di scendere in piazza come allora. Eravamo tutti appassionati delle nostre idee, c'era voglia di cambiare il mondo. Adesso qualunque cosa succeda non succede nulla».

Chi ha amato più del Conte?

«Tutti i personaggi che fai ti entrano dentro e diventano una specie di famiglia. Non riuscirei a fare l'attore se non avessi questo rapporto simbiotico con il personaggio».

Come attore cosa le è mancato?

«Finito Montecristo mi chiamò Orson Welles per un film, che però purtroppo non si fece mai. Poi non accettai il Campiello di Strehler perchè nello stesso momento mi aveva chiamato De Lullo. A Strehler non dovevo dire di no».

Dopo Montecristo è diventato cattivo. Ha conteso per esempio la Perla di Labuan a Sandokan.

«Si, ma non ero cattivo. Ero uno che stava dall'altra parte»

E poi Lavinia ad Enea nell'Eneide

«Stesso discorso. Rivale, ma non carogna».

Ma come fa una donna a scegliere Sandokan o Enea invece di lei?

«E infatti qualcuno lo scrisse: quale donna nella realtà avrebbe preferito Kabir Bedi o Giulio Bogi a me?...»

É più italiano l'umorismo o la comicità?

«La comicità di sicuro»

Più la farsa o la tragedia?

«Se la battono...»

In Italia c'è più da ridere o da piangere

«Da piangere. Basta guardarsi intorno»

Il teatro migliora l'umanità o la lascia così com'è?

«Dovrebbe migliorarla. A teatro si lavora in due chi è sul palcoscenico e chi è in platea, solo se c'è sintonia c'è magia».

E ha ancora una missione civile?

«In teoria si: il pubblico vedendo i personaggi raccontare la propria vita dovrebbe trarne un pensiero critico. Però...»

Però?

«Il teatro si è fatto imbastardire dalla tv. Non solo a livello di protagonisti ma anche di testi».

E questo cosa vuol dire?

«Che il gusto del pubblico medio si è abbassato in maniera pazzesca. Per fortuna c'è uno zoccolo duro che resiste però è anche vero che il teatro soffre di un cambio generazionale che non c'è, ci sono tanti anziani tra il pubblico. Noi invece avremmo bisogno di parlare a un giovane con un linguaggio giovane, raccontare le loro problematiche, le loro difficoltà, i loro sogni».

Ma i classici non sono moderni?

«I classici si, e il teatro li ripropone continuamente. Ma quanti ragazzi vanno a vedere i classici?».

I ragazzi non vanno a teatro?

«Non è che non vanno, è che non ne vanno quanti ci aspetteremmo di trovarne. E questo cambierebbe molto le cose anche a livello di incassi».

Come sta il teatro?

«Una tragedia. Questa legge sullo spettacolo poi è fatta male, ingiusta, iniqua. Con l'assurda invenzione di questi disastrosi algoritmi che decidono chi vive e chi muore».

E come se ne esce?

«La lotta contro questa legge continua, ci sono sigle sindacali che non accettano queste decisioni. Sembra che i nostri governanti non reputino il teatro fondamentale per il Paese. La cultura, il teatro, dovrebbero essere equiparati alla ricerca scientifica. Purtroppo non è così».

E questo perchè?

«Perchè nel Paese della cultura abbiamo politici senza cultura».

Ma questo summit tra ministri della cultura europea che c'è stato qualche tempo fa per rilanciare il settore?

«Probabilmente non sanno neanche di cosa hanno parlato».

Lei ha fatto anche televisione. Tutti ricordano per esempio anche per «Viva le donne»...

«Mi sono divertito tanto, ma ho anche faticato moltissimo. Ho avuto Simona Ventura come concorrente, e Alba Parietti valletta. Ho imparato molto soprattutto dal genere brillante, la reattività di fronte a situazioni impreviste tanto per dirne una».

Altri tempi anche qui.

«Erano tempi felici, anche il teatro godeva di vita migliore con sovvenzioni più adeguate, nessuno veniva lasciato fuori. O se venivi escluso era per motivi gravi e seri e non perchè lo aveva deciso un algoritmo».

Lei però non ha molto amato la televisione.

«Quel tipo di televisione era lo specchio di un'Italia che stava cambiando culturalmente e le tv private, secondo me, hanno dato una bella botta verso il basso al gusto del pubblico. E purtroppo dove ci vogliono dieci anni a buttare giù una cosa ce ne vogliono cento per ricostruirla».

Lei ha presentato anche un festival di Sanremo nel 1982...

«E non un Sanremo qualsiasi. Quello di Vita spericolata di Vasco e di Un'italiano vero di Cutugno».

E lei più Vita spericolata o Italiano vero?

«Io più Vacanze romane. Era in gara anche quella».

Che ricordo ne ha?

«Un ricordo sconvolgente. Quando oggi mi capita di vedere qualche brandello di Sanremo mi viene da ridere. Tutti bravi con i megaschermi che ti suggeriscono quello che devi dire. Noi invece avevamo tutto in mano, poi arrivava uno della Rai che all'ultimo ti metteva un foglio e te ne toglieva un altro...».

E poi c'erano gli inconvenienti

«Vasco Rossi chiese di cantare in playback perchè era raffreddato, poi se ne andò a metà canzone mentre il playback continuò a cantare...».

E con le nuove tecnologie come se la cava?

«Una domanda di riserva? Guardi, so usare a malapena il telefonino».

Internet uccide la cultura?

«Non credo che il teatro chiuderà mai i battenti anche con le nuove tecnologie: è un linguaggio in carne e ossa e che non si possa sostituire, anche se il futuro è fibra».

Dice il Conte che la saggezza umana consiste in queste due parole: attendere e sperare.

«Sperare non basta più. Ognuno in questi tempi difficili deve fare la propria parte».

E che un uomo si vede da come si comporta quendo arriva la tempesta.

«Siamo in piena tempesta. Ma con il mare calmo non verrà mai fuori il meglio di te».

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