I genitori di Chiara e Riccardo «Vittime innocenti dell'odio»

17 Giugno Giu 2017 17 giugno 2017

Letta in aula la missiva delle famiglie dei fidanzati morti nell'esplosione. L'imputato Pellicanò in lacrime

Cristina Bassi

Si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, si dirà. Ma Chiara e Riccardo erano nel luogo più sicuro, casa propria, e nelle ore più serene, quelle di una sonnolenta domenica mattina. Finiti in una storia di ossessione e vendetta che non era la loro, travolti e uccisi a neppure 30 anni dall'esplosione di via Brioschi.

A un anno dal disastro (12 giugno 2016), nell'udienza del processo con il rito abbreviato davanti al gup Chiara Valori, i genitori di Chiara Magnamassa e Riccardo Maglianesi hanno depositato una lettera. Imputato è Giuseppe Pellicanò, pubblicitario 53enne, vicino di casa dei fidanzati marchigiani. Il pm Elio Ramondini accusa Pellicanò di strage e devastazione e ha chiesto la condanna all'ergastolo. Lo scoppio uccise anche Micaela Masella, moglie dell'uomo. Le due bambine della coppia rimasero gravemente ustionate. Secondo l'accusa, il 53enne svitò il tubo del gas perché non accettava che la compagna stesse per lasciarlo per un altro. La missiva delle famiglie Magnamassa e Maglianesi, assistite dall'avvocato Valeria Attili, è commovente e terribile. E non ha bisogno di commenti: «Siamo i genitori di Riccardo e Chiara e desideriamo portare la nostra testimonianza in questo processo, in quanto coinvolti personalmente in una vicenda assurda e sanguinosa, che ci lascia distrutti e sgomenti. Vogliamo farlo provando a tenere a distanza la rabbia, che pure è la compagna inseparabile della nostra vita ferita a morte e ancor più ogni voglia torbida di vendetta, alla quale cerchiamo di resistere con tutte le nostre forze, convinti come siamo che la sofferenza del colpevole si aggiunge a quella delle vittime e non può minimamente alleviarla né restituirci i nostri ragazzi». I famigliari di Chiara e Riccardo dicono di non voler interferire con la «logica alta della giustizia», ma di voler condividere alcune domande: «Perché i nostri figli hanno dovuto pagare un prezzo così atroce e irreparabile per una storia che non è - non è mai stata, nemmeno per un istante - la loro storia? Perché una fine così orrenda, così assurda, che racchiude in sé caratteri dell'ingiustizia assoluta?».

Una famiglia spezzata e, nell'appartamento accanto, una famiglia che stava nascendo. Quello che brucia maggiormente: «È diventata realtà l'ipotesi più inconcepibile e inimmaginabile, mentre si è trasformato in sogno impossibile un futuro che questi ragazzi avevano preparato laboriosamente e onestamente, mettendo a frutto con responsabilità e dedizione ammirevoli i sacrifici di noi genitori». Le domande sono per le famiglie «un peso che non riusciamo a portare». Conclude la lettera: «I nostri ragazzi, vittime indirette di un conflitto maturato in un circuito domestico cui erano totalmente estranei, sono innocenti in senso assoluto: assoluta è l'ingiustizia che hanno subito, assolutamente ingiustificabile la loro perdita».

Alla lettura di queste parole Pellicanò, che era in aula, è scoppiato in lacrime. La parte civile ha chiesto un risarcimento di 1,2 milioni di euro e ha depositato anche le osservazioni dei consulenti tecnici Marco Ricci Messori e Monia Vagni. Il reato, scrivono, è riconducibile «a uno stato passionale mosso da sentimenti di rabbia, rancore e desiderio di vendetta». L'azione inoltre è stata «premeditata e programmata», con «lucidità e strategia esecutiva ponderate e studiate». Pellicanò, valutano i consulenti, non era affetto da alcuno stato di «malattia» o di «patologia depressiva» che giustifichi le sue azioni. I difensori Giorgio Perroni e Francesco Giovannini hanno chiesto l'assoluzione: «Pellicanò non aveva la volontà di uccidere», hanno dichiarato. La sentenza è attesa lunedì.

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