Cari radical chic il Watergate di Trump non esiste

Cari radical chic il Watergate di Trump non esiste
18 Giugno Giu 2017 18 giugno 2017

Trump è coinvolto nel nuovo Watergate. Ma questa volta le prove non ci sono

S e credete a Babbo Natale credete pure al fantasma di un Watergate puntualmente riemerso dai sotterranei di Washington 45 anni dopo l'inizio delle vicende costate la poltrona a Richard Nixon. Un fantasma puntualissimo nel recapitare la notizia della messa sotto inchiesta di Donald Trump. Peccato che il Watergate di allora e il Russiagate di oggi c'entrino come i cavoli a merenda. Lo scandalo scoppiato la notte del 17 giugno 1972 prese il via dalla scoperta nelle stanze del quartier generale del Partito democratico di cinque intrusi intenti a piazzare sistemi di ascolto sotto la guida di James McCord, coordinatore per la sicurezza del Comitato elettorale repubblicano. La richiesta d'impeachment di Nixon partì, insomma, da un fatto concreto e difficilmente smentibile. Un fatto su cui s'innescarono, nei due anni successivi, le frottole e i maldestri tentativi d'insabbiamento dell'allora presidente.

Nulla a che vedere con la favoletta raccontata da chi oggi inneggia ai corsi e ricorsi storici e brinda alla fatina dell'impeachment mandata a liberare l'America liberal e il mondo politicamente corretto dall'incubo Trump. Eh sì, perché nel miracolo tanto caro ai lettori americani del New York Times e del Washington Post, come a quelli dell'italica Repubblica, di serio e concreto c'è ben poco. Il Russiagate dopo mesi di campagne di stampa e d'indagini condotte dall'Fbi e dalle altre agenzie d'intelligence resta una faccenda priva di riscontri concreti. O, meglio, un'ipotesi investigava tutta da dimostrare e da provare. Per capirlo basta scorrere i verbali della deposizione resa l'8 giugno davanti alla commissione Intelligence del Senato da James Comey, l'ex direttore dell'Fbi maldestramente licenziato da un Trump che da parte sua non brilla certo per capacità e lungimiranza politica. Nel corso dell'audizione il senatore James Risch chiede all'ex direttore dell'Fbi di confermare il resoconto di un articolo del New York Times del 14 febbraio in cui si citano le intercettazioni d'ipotetiche comunicazioni intercorse tra gli uomini di Trump e alcuni funzionari russi. «Dire che il rapporto del New York Times non era vero è una dichiarazione corretta?» chiede il senatore a Comey. «Complessivamente non era vero» risponde nello stupore generale l'ex direttore dell'Fbi. Ed è costretto a sputare un altro clamoroso «Sì» quando, citando il contenuto dell'articolo, gli viene chiesto se «sia corretto definirlo quasi interamente errato». Quei due incredibili quanto devastanti «sì» riducono insomma al ruolo di autentica «fuffa» la principale accusa rivolta a Trump, ovvero quella di aver complottato con il Cremlino all'insaputa dell'America.

La stessa accusa per cui il presidente avrebbe poi ostruito il corso della giustizia licenziando lo zelante direttore dell'Fbi. A differenza di quella di 45 anni fa la vicenda che da mesi scuote l'America sarebbe dunque un'autentica invenzione mediatica nata e cresciuta sulle pagine dei giornali, ma totalmente priva di riscontro nell'ambito delle indagini condotte dall'Fbi sotto la guida dello stesso Comey. Dunque dimenticate pure il Watergate. L'unica verità di questa storia non è la presunta ostruzione alla giustizia di Trump, ma la tracotanza delle presunte «élite» liberal e radical chic convinte, negli Usa come da noi, di poter o dover sovvertire a colpi d'indagini, sentenze e campagne di stampa qualsiasi risultato elettorale non in linea con la loro illuminata, quanto faziosissima, visione del mondo e della politica. Non a caso la necessità di studiare un impeachment in grado di cancellare gli eventuali errori di un voto, considerato evidentemente ignorante e plebeo, venne ipotizzata da Hillary Clinton in un articolo pubblicato dal Washington Post solo tre mesi dopo l'inizio delle primarie. Ed è stata poi ripetutamente ed insistentemente perorata da quella «intellighenzia» del politicamente corretto che spazia dal regista Michael Moore ai professori delle grandi università del Paese.

Da allora il dio dell'impeachment e il fantasma del Watergate sono i nuovi numi di un pensiero «liberal» assai abile e spregiudicato nel controllare giudici e giornali, ma incapace di soddisfare desideri e aspettative degli elettori. E sempre più recalcitrante nel rispettare, sia negli Stati Uniti sia da noi, le fastidiose e poco illuminate regole di una democrazia basata sul voto popolare.

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